Al museo i beni culturali danneggiati e restaurati dopo il terremoto del 1976 Commozione durante la proiezione delle immagini di quei drammatici giorni «L'arte fa parte della nostra vita, non è decorazione. La storia di un popolo ci ha consegnato un patrimonio che è strumento di bellezza. Doveroso conservarlo, e la lungimiranza ha premiato». Applausi e commozione, ieri sera, al museo civico d'arte di Pordenone dove è stata inaugurata la mostra "Salvaguardia e restauro dopo il sisma del 1976", dove si sono rivissute le esperienze di "protezione civile artistica" post terremoto. Fu proprio il museo (oggi ristrutturato), allora, a fungere da grande "ospedale delle opere d'arte" dove, grazie alla lungimiranza di allora, si colse l'occasione per recuperare quei patrimoni che, altrimenti, sarebbero andati persi per sempre. Non poteva andare così, ha ribadito don Simone Toffolon, presidente della commissione arte sacra e beni culturali della diocesi perché, appunto, l'arte fa parte della nostra vita ed è patrimonio di un popolo. Ed ecco perché la mostra in un luogo simbolicamente importante per tutta la provincia, ha detto l'assessore alla cultura Pietro Tropeano, ovvero laddove giunsero tutte le opere in rovina per ri-uscirne, anche anni dopo, rimesse a nuovo grazie al restauratore Giancarlo Magri, del quale sono stati proposti alcuni filmati sui lavori di restauro di allora. «Si espongono la storia, la realtà, ma si espongono anche capacità e volontà di ricostruire qualcosa che sembrava perduto», ha concluso Tropeano. Da quel museo di palazzo Ricchieri «è rifiorita la bellezza», sono state le parole di Elisabetta Francescutti, ispettore di zona della Soprintendenza. Una trentina di pannelli ripercorre «un momento drammatico della nostra regione, ma da quel momento si è ripartiti per ricostruire e valorizzare un patrimonio che non sempre era custodito nella maniera migliore». Opere «ferite dal sisma e poi salvaguardate e tutelate», ha aggiunto don Simone Toffolon, «e giustamente perché l'arte fa parte della nostra vita, non è solo decorazione. Ad illustrare la mostra, Roberto Castenetto, presidente del circolo Augusto Del Noce, Angelo Crosato, già conservatore del museo d'arte e il restauratore Giancarlo Magri. I giorni successivi al 6 maggio e al 9 settembre 1976 centinaia di opere furono portate nelle sale di Contrada Maggiore e all'ex convento di San Francesco per essere sottoposte a restauro ed essere poi restituite alle comunità di appartenenza. Antonio Forniz, appassionato cultore di storia dell'arte locale e commissario straordinario del museo sino al 1981, e Giancarlo Magri, affiancati da rappresentanti della Sovrintendenza e nella prima fase anche dal restauratore Gino Marchetot, eseguirono centinaia di recuperi. Ad intervenire fu una sorta di protezione civile dell'arte coordinata dall'allora assessore Alvaro Cardin, delegato dal sindaco Glauco Moro all'emergenza post terremoto. In prima battuta le opere furono messe in sicurezza sul posto. Poi, con mezzi di fortuna vennero portate a Pordenone: brani di affreschi staccati, dipinti su tavole o tele, statue e altari lignei, arredi sacri e suppellettili. Quella tragedia diede modo sì di restaurare, ma anche di far venire alla luce affreschi di cui non si conosceva l'esistenza. Un viaggio che si sviluppa in tutta la provincia: dalla chiesa di Santa Maria Assunta di Lestans a quella di Santa Maria maggiore di Cimolais e Spilimbergo; da San Simone e Giuda di Prata a Santa Maria delle Grazie di Andreis; dalla Santa Croce di Casarsa a San Floriano di San Giovanni di Polcenigo; ancora, San Remigio di Cavasso Nuovo, Santa Lucia di Budoia, Santa Giuliana a Castello di Aviano, San Martino di Fanna, per fare solo qualche esempio. Fotografie e pannelli, anche alcuni scatti dei fotografi Aldo Missinato e Guido Monti. La mostra resta aperta sino al 5 marzo.