Ruffo Wolf Architetto Troppo spesso si giudica bella una città per via del suo centro storico. Ma la grande scommessa è portare il bello anche nelle periferie regalando così la giusta dignità. Il «bello» di cui talvolta si parla sul Corriere Trentino a proposito di edilizia, architettura, città, merita qualche declinazione o accorgimento. Esteso alla forma urbana, il giudizio di «bello» è relativo, e credo che questa sia anche la sua caratteristica più interessante. Centri storici, aree industriali, residenziali, infrastrutture, stazioni: sono tutti luoghi importanti in cui l'estetica assume valenze diverse. Troppo spesso giudichiamo bella una città in funzione del suo centro, dimenticando che grande parte della vita urbana si svolge altrove. Periferie, sobborghi, aree ricettive, parcheggi, centri commerciali: qui non possiamo pretendere il medesimo valore estetico ma, semmai, possiamo ricalibrarlo. Nessuno si sognerebbe di giudicare una città dal suo ingresso autostradale, o dalla sua zona industriale, o da vecchie aree periferiche. Ma, se facciamo attenzione, la rigenerazione delle migliori città europee negli ultimi quarant'anni si è avviata innanzi tutto partendo proprio da lì. Luoghi marginali che ponevano le condizioni nodali per la rinascita dell'intero sistema urbano. Grande lezione di cui la città italiana dovrebbe tenere conto. I centri urbani, per quanto siano belle le rispettive aree centrali, mai saranno al riparo da contraddizioni e precarietà sino a quando non avranno dato dignità e sistemazione alle proprie periferie industriali, commerciali, residenziali. Il nostro giudizio su una città è troppo spesso erroneamente influenzato da un approccio romantico: rimpiangiamo la bellezza di un nucleo medievale o rinascimentale, dimenticando che esso era inserito dentro un tessuto architettonico, economico e sociale di scarsissima salubrità e condizione di vita. Un nucleo antico, o un maso, o un «rustico» edifici che oggi esprimono forse la più alta qualità abitativa sono stati per secoli abitazioni precarie di famiglie in sovrannumero, prive di requisiti che ora riteniamo basilari come luce, acqua, riscaldamento, sicurezza, igiene. Dovremmo ripensare il nostro giudizio su molti livelli periferici oggi raggiunti, non belli ma quantomeno dignitosi. Anche le amministrazioni pensano di elevare la «bellezza» semplicemente rifacendo vie o piazze, dimenticando che la qualità degli spazi fisici è da sempre conseguenza, non causa, della qualitàvolontà di vita che lì si è raggiunta. Ripavimentare una strada o ridisegnare una piazza senza rilanciare contestualmente le dinamiche di attività e vita collettiva che in quello spazio si svolgono equivale a pensare al contenitore e non al contenuto. «Dignità», per certe aree urbane, dovrebbe essere il nuovo parametro di valutazione. Periferie, infrastrutture, luoghi collettivi, parcheggi, tutti ispirati a dignità architettonica: qualità di vita decorosa e, soprattutto, opportunità di crescita. Il nuovo orizzonte dell'architettura è quello di misurarsi con le parti urbane di «serie B». Attraverso interventi di grande strategia ma anche di «microchirurgia», capaci di facilitare la rigenerazione quotidiana dei luoghi, degli edifici e degli spazi. «Bello» è una tendenza collettiva generata da una progressiva sensibilizzazione sociale e culturale, che chi governa dovrebbe impegnarsi a seminare e a far crescere, più che a raccogliere. Parlare di «bello» dentro la città significa porre le condizioni per includere o escludere, e questo contraddice l'idea stessa di città, che è invece quella trasversale di con-cludere, nel senso di tenere insieme. Cosa? Esigenze, realtà, funzioni, diversità belle e non, ma tutte da ispirarsi comunque a un elevato grado di dignità. Che è il traguardo per cui tutti, anche noi architetti, dovremmo ragionare e fare di più.