«Soprintendenza, necessario snellire» Beni culturali, Marzatico benedice la trasformazione. In un anno 20.000 autorizzazioni Una mole di 20.000 comunicazioni nel 2016, autorizzative e non, da parte di Soprintendenza e soggetti collegati. È necessario snellire. Per questo la trasformazione in agenzia della Soprintendenza per i beni culturali trova il favore del suo capo, Franco Marzatico, che anzi fa sapere di averla sollecitata. L'obiettivo stesse tutele con servizi più rapidi e flessibili. Alla riorganizzazione dei musei secondo quattro poli, Marzatico dà un assenso condizionato. TRENTO. La trasformazione in agenzia della Soprintendenza per i beni culturali, trova il favore del suo capo, Franco Marzatico, che anzi fa sapere di averla sollecitata. L'obiettivo è quello di garantire le stesse tutele ai beni con servizi più rapidi e flessibili, grazie a un alleggerimento burocratico. Alla riorganizzazione dei musei secondo quattro poli, Marzatico dà un assenso condizionato: «L'importante è che la necessaria razionalizzazione del sistema non vada a detrimento delle realtà meno visibili, ma per questo non meno importanti». Nella versione delle riforma della cultura approdata giovedì in commissione, la Soprintendenza viene trasformata in un'agenzia della Provincia. Condivide? «Si tratta di un'idea che viene incontro alla nostra richiesta di un minor carico burocratico che potesse snellire il nostro lavoro. A titolo di esempio, si tenga presente che nel 2016 le comunicazioni, autorizzative e non, tra la Soprintendenza e altri soggetti sono state 20.000. Un carico che rischia di rallentare la nostra azione e di far apparire la Soprintendenza come l'organo che si mette di traverso». Il solo nome della Soprintendenza spesso evoca lavori bloccati, beni non usufruibili. Fate un po' paura? «Ecco, non deve essere così. Ovviamente, il nostro primo compito è e resta la tutela del patrimonio culturale provinciale, ma c'è modo e modo di farlo. Un'attività di carattere commerciale, ad esempio, non sempre è incompatibile con un bene tutelato, che anzi da una virtuosa coabitazione può anche risultare valorizzato. Il nostro obiettivo è tutelare, valorizzare, fare ricerca senza necessariamente musealizzare tutto. Quando la Soprintendenza viene vissuta come un peso, si rischia il disamore per il bene stesso. Non dimentichiamo che educare al bello è educare alla virtù». In concreto, cosa cambierà? «Senza entrare nel tecnico, diciamo che passeremo dall'essere un organo di un ente molto più vasto ad avere una nostra autonomia finanziaria e operativa. Io vengo dalla direzione del Castello del Buonconsiglio. L'agenzia assomiglierà a quel modello operativo che, in alcuni casi, può dimezzare i tempi di lavoro. Attueremo anche altre semplificazioni. Una parte considerevole di quelle 20.000 comunicazioni che citavo interessa lo spostamento o il prestito di opere di musei. Salvo i casi particolarmente delicati, in futuro sarà sufficiente comunicare alla Soprintendenza lo spostamento. Nell'ambito dell'ordinarietà, i musei potranno agire senza dover ogni volta attendere sopraluoghi e autorizzazioni». Non si rischia di avere una maggiore efficienza a scapito della tutela dei beni? «Direi proprio di no. La tutela del bene è disciplinata da norme di carattere statale il cui mancato rispetto configura l'omissione». Più in generale, cosa ne pensa del riassetto prefigurato dalla riforma della cultura? «La necessità di un intervento è palese. In particolare, va superato l'attuale frazionamento e un modello di tipo concorrenziale che induce i singoli enti museali all'happening, alla ricerca della performance per vedere garantire i finanziamenti. Mi pare si vada positivamente verso un modello più solidaristico, dove quello che conta, anche in termini di attrattività, è il risultato del sistema Trentino, non del singolo ente». Condivide il passo indietro che ha permesso l'introduzione di un quarto polo, inizialmente non previsto, per l'etnografia? «Sì. Francamente il Muse e il Museo degli usi e costumi mi parevano un po' carne e pesce. Fare un'azione di riordino è sempre difficile e comporta dei margini di rischio. L'idea del museo unico universale è anacronistica, una suddivisione difficile ma necessaria. Si tratta ora di capire cosa significherà "ente capofila". Credo che sarà molto importante definirne bene i ruoli in modo che i matrimoni non siano imposti, ma prevedano la necessaria condivisione». Ha parlato di rischi, lei quali vedi profilarsi? «Credo ci siano tutti i margini per fare bene. L'importante è cogliere che, a fianco delle stelle come il Mart, o il Muse, è necessario garantire la giusta attenzione a realtà come il Museo della guerra, il Museo degli usi e costumi, o il Museo diocesano, il cui contributo culturale è importantissimo anche se i ritorni in termini di visite e di turismo sono più contenuti».