Possono essere molti i punti di vista sulla proposta di riforma della cultura in Trentino, ma c'è una questione che può e dovrebbe fare da principio unificante. L'ha posta l'assessore Mellarini nell'intervista al Corriere del Trentino di giovedì scorso: bisogna far sì che «ogni settore realizzi una programmazione delle attività evitando sovrapposizioni, definendo il calendario degli eventi, organizzando una promozione coordinata. I direttori devono parlarsi su queste cose. Allora sì che si riduce la frammentazione». Insomma, cultura fa rima con apertura, non con chiusura. La disputa sui poli e sul loro numero può essere pure portata avanti, purché non diventi l'ennesima questione di campanili e di culto della memoria come cenere da conservare. Non bisognerebbe mai dimenticare che la cultura è davanti a noi ed è frutto del nostro progetto, mentre storia e memoria svolgono il loro ruolo di fondamenti necessari. Un'altra trappola del pensiero che si incontra occupandosi di riforma della cultura è quella tra conservazione e valorizzazione. Non c'è possibilità di conservare senza valorizzare. Si tratta di cercare le condizioni per cui la valorizzazione tuteli beni, patrimoni e identità, scegliendo con intelligenza programmi e azioni, ma certamente bisogna adeguarsi al modo in cui funzionano la percezione, la memoria e l'esperienza di fruizione in noi esseri umani. La memoria non è un deposito statico in cui giacciono materiali diversi che resterebbero sempre uguali a se stessi indipendentemente da chi li guarda e dal tempo che passa. Noi guardiamo oggi ogni cosa con gli occhi della contemporaneità, dando valore a quelle cose con lo spirito del nostro tempo. Sappiamo che a dieci anni dall'avvento dello smartphone, per fare solo un esempio, tale spirito è mutato, anche nella fruizione della cultura. Sia la durata triennale dei programmi sia le modalità di erogazione dei finanziamenti, così come la riforma le prevede, sembrano utilmente corrispondere a simili orientamenti. Ci vuole un poco di coraggio per rendersi conto che dobbiamo inventare una nuova narrazione del Trentino: la cultura può essere decisiva in molti campi. Ma è necessario cambiare rotta, perché c'è stata un'interpretazione di cultura popolare che ha schiacciato la realtà su se stessa. Per cultura popolare, invece, si può intendere un'azione che emancipi la popolazione e ne favorisca una collocazione mentale e culturale tra locale e globale, tra memoria e futuro, oltre ogni chiusura.