Il petrolio ce l'abbiamo. Sono le raffinerie che ci mancano. E in verità anche le pompe di benzina. Fuor di metafora, e dentro la più frusta retorica, è il patrimonio culturale il nostro oro nero ma è un'industria che non diventa economia (in questa povera Italia bella assai ma con i musei che giammai fanno gli straordinari). Sandali alati vadano a Salvatore Settis - archeologo e storico dell'arte - che sull'anno che verrà, a Silvia Truzzi che lo intervista, dà la soluzione semplice e definitiva: copiare. Fare come gli altri quando gli altri fanno bene: «Dovremmo copiare la Francia dove i vantaggi fiscali ci sono anche per le micro- donazioni». Questo benedetto petrolio necessita di marketing, anzi di strategia: non c'è solo il pozzo di Venezia, ma anche quello di Vicenza. E dice, infatti, Setfis: «Non si deve puntare sulle mete già famose, ma distribuire i flussi turistici in tutto il Paese». E poiché le infrastrutture hanno bisogno d'investimenti per agevolare la produzione, Settis che questo benedetto olio lo conosce già allo stato grezzo, la canta chiara: «In Italia c'è grande confusione tra sponsorizzazione e mecenatismo che è -, spiega il già direttore della Normale di Pisa, - l'uso di capitali privati per iniziative culturali, senza profitto». Inutile chiedersi, con Settis, cosa sarà mai l'affittare il Regio Teatro San Carlo a Diego Armando Maradona per il suo one man show, ma i sandali- più che alati- Settis se li merita tutti per aver denunciato la questione delle questioni in tema di gestione del patrimonio culturale: "centro commerciale naturale". Cose di pazzi, il centro storico: «La forma urbana in cui vivevano Dante, Michelangelo, Giotto e Ariosto sarebbe l'anticipazione dei centri commerciali all'americana; una perversione che si sta diffondendo». Infatti, da Firenze - dove il centro storico è tutta bottega - la perversione è arrivata a Napoli. Ed è stato naturale fare commercio del San Carlo; in pieno centro.