Il suo insegnamento per gli amministratori: saper sfuggire ai ricatti della rendita fondiaria Con la scomparsa di Leonardo Benevolo se ne va il protagonista di un pezzo di storia della nostra città e non solo. Ai più questa potrà sembrare un'affermazione roboante ed esagerata, ma mi auguro che almeno per gli architetti e gli amministratori bresciani non sia così. A noi architetti lascia i suoi piani, i suoi numerosi libri, il suo modo di interpretare la professione con garbo e discrezione. Agli amministratori lascia la testimonianza che governare i processi di costruzione della città è possibile, che è possibile sfuggire ai ricatti della rendita fondiaria e che coinvolgere gli operatori privati, a fronte di un disegno complessivo, coerente e convincente, capace di rispondere a bisogni reali, è compito di una politica che vuole essere protagonista. Agli apparati tecnici del comune lascia l'insegnamento che fare Urbanistica va ben oltre le astratte procedure amministrative, ma trova la propria ragione nel perseguire obiettivi attraverso modalità organizzative efficienti ed efficaci. La presenza e l'attività di Leonardo Benevolo nella nostra città, il progetto di San Polo, il piano regolatore del 1980 ed il piano particolareggiato del centro storico sono stati tutto questo. Ai giovani architetti e ai neofiti della politica amministrativa che non l'hanno conosciuto, consiglio di leggere il suo ultimo libro «La fine della città». Una sorta di breve autobiografia che attraverso l'intervista di Francesco Erbani racconta un pezzo delle vicende urbanistiche d'Italia ed esprime la sua visione del ruolo dell'amministrazione pubblica e dell'urbanistica che nell'introduzione l'intervistatore così riassume: «Nelle parole di Benevolo l'architettura e l'urbanistica hanno il respiro lungo delle scienze che mettono l'uomo, da solo e in comunità, al centro delle proprie attenzioni». Nato a Orta San Giulio nel 1923, studia architettura a Roma dove si laurea nel 1946 circondato da figure come Piacentini, Foschini, Del Debbio, ma anche da Quaroni, Moretti, Muratori, Marconi. Dalla sua formazione trae origine la sua storia, la sua cultura e il suo pensiero che ne fanno un architetto del Novecento a tutto tondo per il quale gli insegnamenti del Movimento moderno non erano così lontani come lo sono per le nuove generazioni. Questo gli impedì però di guardare al nuovo millennio interrogandosi sul futuro delle città sempre con pacato, ma non acquiescente, spirito critico mosso, così io l'ho inteso, anche da una grande passione e responsabilità civile. Ricordava Massimo Tedeschi su questo giornale che «Persino quando la Loggia annunciò l'intenzione di abbattere la Tintoretto non mostrò sdegno o irritazione ideologica: chiese di discuterne, di capire le ragioni e gli effetti. Una lezione di metodo, prima ancora che di stile». Non solo perché Benevolo non fu il progettista della tanto vituperata torre, ma proprio per questa sua voglia di capire le ragioni e le soluzioni possibili. Metodo e stile che non si sono ritrovati nel dibattito politico che ancora ha occupato i giornali in questi mesi e che non si è reso conto che il problema della Tintoretto non è la tipologia a Torre, chiunque l'abbia ideata, ma l'uso che ne è stato fatto. Leonardo Benevolo a S. Polo concepì un sistema di residenze e di servizi che si relazionava con la città esistente attraverso un parco di 170 ettari e che offriva, attraverso le diverse tipologie edilizie, diverse opportunità di abitare la nuova città. Il suo rammarico: non essere riuscito a realizzare il parco che successivamente, la smemorata attività amministrativa ha saccheggiato e ridotto con occupazioni e costruzioni occasionali e casuali estranee al disegno urbanistico originario. Con lui se ne va un altro Maestro e se è pur vero che è legittimo essere a volte in disaccordo anche con i maestri, questo non deve diminuire il nostro rispetto e la nostra riconoscenza.