Occore scomodare la storia per ricordare il lavoro, le idee e la figura di Leonardo Benevolo ed il suo rapporto con Brescia. La storia come spartiacque della crescita di un agglomerato urbano, di un disegno collettivo e la storia di un urbanista (sono rimasti in pochi a definirsi così), di un uomo, di una vita. Che non è mai un semplice trattato autobiografico. È una riflessione prolungata sul senso delle cose, un modo di guardare il mondo, un viaggio dentro l'anima della città, della nostra città in questo caso. Una serie di fatti, di cose compiute, di progetti, di speranze, di utopie e disincanti, di ambizioni e anche di errori, di buoni propositi e di fallimenti. Che restano, tutti insieme, a segnare un processo, un transito, a marcare un tratto di vita della Brescia contemporanea. Leonardo Benevolo, scomparso l'altra sera nella sua casa di Cellatica, così carica di segni dell'architettura del Novecento, è stato per molti anni una personalità di spicco dell'intelligenza bresciana, una figura spigolosa con quell'allure un poco inglese, il sorriso ironico, la voce sottotono, a nascondere un carattere forte, un temperamento rigoroso, per nulla incline al compromesso. Venne a Brescia, da Roma, quando il suo nome era già considerato quello del più importante autore della storia dell'architettura ed i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, utilizzati come testi obbligati in tutte le facoltà italiane. Da noi lo aveva condotto il richiamo pressante di Luigi Bazoli, assessore della giunta Boni. Li univa la passione per la città, intesa come il luogo e lo spazio primigenio della bellezza possibile, dove la vita si fa coscienza democratica, difesa dei valori collettivi e dove l'urbanistica può diventare non solo la scienza del territorio, ma l'inveramento di un progetto, la guida ordinata dello sviluppo. Leonardo Benevolo apprezzava così fortemente queste idee dal decidere, ed era il 1972 , di vivere per sempre a Brescia. Per questa città Luigi Bazoli lo incaricò di un articolato studio sul centro storico, e poi dell' innovativo progetto, sia come prodotto abitativo che come processo costruttivo, di un quartiere della città. Così nacque l'idea di San Polo, dove Benevolo e Bazoli intendevano dare vita non solo ad un quartiere, ma ad un pensiero che conteneva molti significati, anche simbolici. San Polo era il nuovo legame con la «grande Brescia», doveva soddisfare i bisogni molteplici e diversificati della residenzialità, aveva come obiettivo la sconfitta delle rendite fondiarie, e il calmieramento del mercato. E doveva essere il prolungamento del centro storico, al quale avrebbe dovuto essere unito da un parco urbano di 170 ettari. Furono anni di grandi dibattiti, di grandi passioni, di forti contrasti . Il progetto rimase monco, in parte tradito, perfino nella costruzione delle due torri di cui ancora oggi si discute il futuro. S.Polo venne accusato di essere la passione ossessiva di Bazoli e Benevolo. L'ambizione fu assecondata solo parzialmente. Peraltro secondo le abitudini di una città che pare in difficoltà nell'inseguire pensieri troppo esigenti. Fu così per il canale navigabile, per Santa Giulia, per l'Università, perfino per il sistema finanziario. E sarebbe intelligente per la Brescia che si appresta a nuove sfide come il metrò, la grande Brescia, il Cidneo, ricordare Leonardo Benevolo con un insegnamento semestrale in università, una mostra completa su S.Polo, un ciclo di conferenze. Che ci aiutino a capire il valore del progetto e degli uomini che lo sanno pensare.