Tullio De Mauro, morto ieri a Roma, è stato Il (maiuscolo) Linguista (maiuscolo). Con intuizioni precocissime. Quando ancora in Italia lo strutturalismo era agli albori, fu Tullio De Mauro, nel 1967 per Laterza, a tradurre dal francese e a commentare il Corso di linguistica generale del ginevrino Ferdinand de Saussure, il maestro dei maestri, il vero faro della disciplina, un classico moderno di cui si sarebbero alimentati gli studi più importanti di De Mauro, che pure non si può dire uno strutturalista tout court . Far conoscere de Saussure è stato un suo grande merito storico, ma non l'unico. Perché gli si devono tante altre cose: una S toria linguistica dell'Italia unita (Laterza) destinata a diventare un classico a sua volta, un Dizionario dell'uso (Utet) che rompeva gli schemi della lessicografia tradizionale, un'attività editoriale e giornalistica instancabile e sempre sensibilissima alla società. Su tutti i meriti di De Mauro, il mag-giore, forse, era la sua presenza civile nella scena culturale e politica: perché considerava le due cose del tutto inestricabili, così come la lingua con i suoi mutamenti è inscindibile dalle trasformazioni della società e in definitiva della vita. Anche nei numerosi incarichi politici da consigliere regionale (eletto come indipendente nelle liste del Pci), da assessore comunale, infine da ministro nel secondo governo Amato, spesso contestato in una fase economicamente difficile per la scuola (tanto per cambiare) e per di più complicata dalle riforme volute dal suo predecessore Luigi Berlinguer non perdette di vista il Paese parlante e cioè la società reale. Era questo sguardo, importato dalla particolare sensibilità linguistica, il suo vantaggio rispetto ai politici-politici e ai colleghi accademici. Nato «un po' per caso» a Torre Annunziata nel 1932, figlio di un farmacista foggiano e di una professoressa napoletana di matematica, il piccolo Tullio è affascinato dalla biblioteca di casa, impara l'alfabeto copiando i caratteri a stampa dal dorso dei libri, gusta il sapore delle parole bizzarre che circolano in famiglia, scopre presto le filastrocche e i calembour. Più sua madre che suo padre è stata fonte, per il bambino, di passione letteraria e di espressioni dialettali: «Nei casi di inconvenienti per cui si disperava ci diceva che si dava o si era data al diavolo e, se si sentiva colpevole, si dava la testa al muro. Di persona assai irritata, prossima a esplodere per l'ira fino a quel momento repressa, diceva: tiene i lapis a quadrigliè , espressione franco-napoletana un po' misteriosa che a me faceva pensare ai lapis, alle matite, ma che più probabilmente si riferiva alle pietruzze del mosaico disposte a quadrettino». A dieci anni scopre Roma, dove la famiglia si trasferisce nel 1942, è attratto dal mito fascista, fascino che rimarrà nel fratello Mauro (ragazzo della Repubblica di Salò), non in Tullio. Il racconto autobiografico dell'infanzia, lieve, intenso e pieno di ironia, è consegnato a Parole di giorni lontani (Il Mulino, 2006), con la casa dell'Arenella, le prime letture, la passione precoce per il vocabolario. Da liceale aspira a fare l'insegnante, che considera «il mestiere più bello del mondo». Si laurea in Lettere classiche con Antonino Pagliaro, il glottologo benvoluto da Mussolini, presentando una tesi di filosofia del linguaggio. I genitori Oscar e Clementina, che si erano conosciuti in un laboratorio chimico, mantennero la promessa reciproca di avere cinque figli: avrebbero voluto dar loro i nomi dei gas nobili, ma optarono per soluzioni più ragionevoli. Il maggiore, Franco, sarebbe morto in guerra, il secondo (classe 1922) era Mauro, il giornalista dell'«Ora» che il 16 settembre 1970, mentre indagava sugli ultimi giorni di Enrico Mattei per conto del regista Franco Rosi, sarebbe stato rapito dalla mafia in circostanze oscure. Non fu più ritrovato e il mistero insoluto rimase una ferita aperta per la famiglia e per Tullio in particolare, che tornò più volte su quella vicenda sempre sperando che la magistratura facesse luce: furono anni molto duri, «è duro che ogni tanto il caso si riapra e si ricominci daccapo, è un lutto che ogni volta si ripropone», disse intervistato da Antonio Gnoli. «Elaborare una morte senza tomba è pressoché impossibile», disse a Paolo Conti. La sua convinzione era che il fratello fosse stato ucciso dalla mafia per avere scoperto elementi scottanti sulla morte del presidente dell'Eni. Ma Tullio De Mauro non finì di interrogarsi sul mandante. De Mauro è stato una presenza fisica (oltre che intellettuale) familiare del dopoguerra. Le sue orecchie ampie e un po' bambinesche sono nell'immaginario visivo della cultura italiana almeno come il volto sdentato di Edoardo Sanguineti e la barba di Umberto Eco. Fu il primo a vincere in Italia una cattedra di Linguistica generale, nel 1967. Bruciate le tappe della carriera, diventato ordinario di Filosofia del linguaggio alla Sapienza, è stato un personaggio pubblico come raramente è accaduto per accademici che non hanno mai voluto rinunciare alla ricerca scientifica sul campo. Ed è stato anche un maestro nel trasmettere un'idea: il linguaggio non è un'entità neutra, ma qualcosa che ha riflessi sociali e politici. Lo studio linguistico è un accesso alla comprensione del mondo: «Le parole scriveva De Mauro sono esse stesse fatti, e fatti politicamente rilevanti». Per questo l'impegno nella politica non è disgiunto, per lui, dall'attività culturale: lo dimostra la direzione per Editori Riuniti, negli anni Sessanta-Settanta, della collana «Libri di base», che si proponeva di divulgare il sapere intellettuale e pratico «in modo semplice e chiaro», perché tutti potessero capire. In quella collana uscirono piccoli manuali su come si scrive e si parla (autore lo stesso De Mauro), ma anche su che cos'è la statistica, su come leggere la busta paga, sulla filosofia di Marx, sulla speleologia, sull'uguaglianza, sull'industria dell'acciaio eccetera. Una biblioteca alimentata da una seria preoccupazione per l'apprendimento, per la diffusione della cultura in un Paese dallo sviluppo storico anomalo, per la qualità dell'istituzione scolastica, vero Leitmotiv dei suoi saggi e degli interventi giornalistici (dopo aver scritto per «Il Mondo», «Paese Sera», per «L'Espresso», per «la Stampa», teneva una rubrica nel settimanale «Internazionale», diretto dal figlio Giovanni). Più di recente si soffermava sull'analfabetismo di ritorno che, pur mantenendosi lontano da accenti apocalittici, considerava una piaga angosciante. Sostenendosi sempre sui dati più aggiornati, De Mauro non si stancava di elaborare analisi e di elargire consigli sul sistema scolastico e universitario, di intervenire sulla qualità delle biblioteche pubbliche, sulla necessità di una politica che promuovesse la lettura (specie nell'infanzia), sulle magagne del mercato editoriale. L'incarico come presidente del Premio Strega era un modo per lui nuovo e diverso di leggere, attraverso la letteratura contemporanea, l'Italia in cui viveva. Ha imposto in tutti i modi soluzioni di voto più trasparenti. Leggeva tantissimi romanzi, ma non ne sembrava entusiasta.
Corriere della Sera
6 Gennaio 2017
De Mauro, l'Italia perde un maestro di civiltà
PA
Paolo Di Stefano
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
Corriere della Sera · 7 Ago 2003
Quel pasticciaccio brutto di villa Gadda in Brianza
Corriere della Sera · 14 Ott 2003
Cultura per tutti, strategie di marketing
Corriere della Sera · 8 Set 2004
Mantova, gli anni che hanno sconvolto l'editoria
Corriere della Sera · 24 Giu 2005
Genova non mi vuole. E Renzo Piano lascia
Corriere della Sera · 21 Giu 2006
Padova vota e boccia le sue Torri gemelle
Corriere della Sera · 12 Gen 2009
La sperimentazione (aperta col Futurismo) è ormai finita
Corriere della Sera · 3 Giu 2009
FIRENZE - Lo Stato intervenga per salvare la biblioteca di Firenze
Corriere della Sera · 7 Giu 2009
L'abbandono delle Biblioteche nazionali
Corriere della Sera · 24 Nov 2009
Se il carcere di oggi ricorda il Seicento
Corriere della Sera · 4 Dic 2010
I manoscritti della letteratura moderna rischiano di finire all'estero o ai privati. L'allarme del direttore del Fondo di Pavia: un tesoro che non deve andare disperso
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
la Repubblica · 11 Feb 2017
Allarme per Lincei e Crusca. "Ci hanno tagliato i fondi"
Corriere della Sera · 3 Feb 2016
Corporazioni, male di Venezia. Italia nostra, riappello all'Unesco
Corriere della Sera · 2 Feb 2017
Il privato spauracchio della nostra cultura
Corriere della Sera · 4 Feb 2017
Turismo, se il Sud arranca chi ama l'Italia deve dirlo
per-la-bellezza.comunita.unita.it · 27 Giu 2015
Bene Marino, Roma salga sui tram
Il Fatto Quotidiano · 7 Gen 2015
L'orrore dei musei nel Paese dell'arte
Corriere della Sera · 7 Gen 2015
Bergamo. Un borgo disperato divenuto (troppo) bello
Corriere della Sera · 7 Gen 2015
Il 2015 inizia anche a Castel del Monte
Corriere della Sera · 7 Gen 2015
Firenze, tramvia. Tra i monumenti o come in Germania. Con tre incognite
la Repubblica · 7 Gen 2015
La road map di Scoppola: Alla fine via dei Fori dovrà essere demolita
Corriere della Sera · 8 Gen 2015
Vicenza, scoppia la battaglia del tunnel
Corriere della Sera · 8 Gen 2015
Nomi nuovi per venti musei. Oggi il piano
Corriere della Sera · 8 Gen 2015
Brera, via al bando internazionale per la scelta del nuovo direttore
Corriere della Sera · 8 Gen 2015
Goldin, la mostra, le polemiche. Attacchi da chi non l'ha vista
Corriere della Sera · 8 Gen 2015
Arena coperta, Fondazione e turismo. L'agenda Verona di Franceschini
L'Espresso · 8 Gen 2015
Musei, quel tesoro che l'Italia lascia ai privati
www.luccaindiretta.it · 9 Gen 2015
LUCCA - Renzo Piano a Lucca per l'urbanistica del futuro
la Repubblica · 7 Gen 2015
Milano addobba con 500 bandiere i suoi luoghi simbolo
la Repubblica · 7 Gen 2015
Caso Prosperetti, tante firme Oggi c'è l'udienza del Tar
la Repubblica · 8 Gen 2015
In piazza l'Urlo del mare gli ambientalisti: "Stop trivelle"