È morto a 93 anni a Brescia il grande studioso di architettura Iniziò con Olivetti, rivoluzionò l'urbanistica e le periferie Leonardo Benevolo, che si è spento a 93 anni nella sua Cellatica, in provincia di Brescia, ha attraversato da storico dell'architettura e da urbanista l'intero secondo Novecento. Che è stato un periodo drammatico per il territorio italiano, i paesaggi e l'assetto delle città. I suoi volumi, editi da Laterza, hanno raccontato le origini della città e dell'urbanistica, una disciplina che, nei primi anni dell'Ottocento raccontava si specializzò per evitare che la rivoluzione industriale, che aveva disseminato stabilimenti nelle aree immediatamente esterne ai centri storici, minasse la salute e la qualità della vita di milioni di persone. Era dunque una disciplina che si proponeva di tutelare l'interesse generale e in particolare quello dei più deboli. Benevolo era di formazione cattolico- democratica, ma seppe attingere ai repertori della socialdemocrazia europea. Sulle sue analisi si sono formati molti professionisti i quali hanno interpretato l'urbanistica come un servizio collettivo, un argine agli spiriti proprietari che sempre sono attivi nella costruzione della città. Benevolo ha vissuto molte esperienze, anche fuori dell'urbanistica, come l'insegnamento al Cepas, la scuola per assistenti sociali diretta negli anni Cinquanta da Maria e Guido Calogero e finanziata da Adriano Olivetti. È stato fra gli animatori del Progetto Abruzzo, insieme a Manlio Rossi-Doria e Angela Zucconi, che si proponeva una ricostruzione non solo materiale dei paesi abruzzesi distrutti durante la Seconda guerra mondiale. Il progetto faceva capo al community development, lo sviluppo di comunità di marca, appunto, olivettiana. È stato comunque nell'urbanistica che Benevolo ha sperimentato la sua cultura e una sensibilità sociale e politica che oggi appaiono quasi un gesto eroico. «Io non faccio letteratura urbanistica », diceva. Si proponeva quello che era realizzabile, senza però piegarsi a un riformismo esangue. Guardava alle esperienze europee, la sua città doveva crescere pianificata, affidata al controllo pubblico. Questi precetti lo hanno accompagnato nel lavoro con Carlo Melograni e Tommaso Giura Longo, poi con Ludovico Quaroni e Luigi Piccinato al piano regolatore di Roma negli anni Sessanta (che sarebbe diventato altra cosa rispetto alle premesse), nella pianificazione di Venezia, del centro storico di Urbino e di Palermo (insieme a Italo Insolera e Pierluigi Cervellati). Ma fra i suoi interventi emerge quello di Brescia, dove si trasferisce nel 1976. Chiamato da Luigi Bazoli, assessore all'urbanistica di una giunta democristiana sostenuta dai comunisti, ridusse a un decimo le previsioni edificatorie del piano regolatore, fece comprare dal Comune i terreni sui quali far crescere la città, li dotò delle infrastrutture e vendette ai costruttori il diritto a edificarvi concordando un prezzo. In questo modo tagliò le unghie a chi speculava sul valore delle aree. Una rivoluzione che realizzò nei fatti quel che la riforma del ministro Fiorentino Sullo proponeva per via legislativa ma quella riforma fu fatta fallire prima di essere varata. Dagli anni Settanta Benevolo era impegnato sul Progetto Fori, la ricomposizione dell'area archeologica centrale di Roma, con l'eliminazione della via dei Fori imperiali e la creazione «di un sublime spazio pubblico». In quel piano, redatto con Vittorio Gregotti, ebbe come compagni il soprintendente Adriano La Regina, Insolera, il sindaco Luigi Petroselli e soprattutto Antonio Cederna, amico di una vita. Non se ne fece nulla. «Il nostro progetto era troppo bello», disse forzando oltremisura la sua modestia. «Occorre essere pazienti », diceva Benevolo, citando Le Corbusier e rivolgendosi ai suoi colleghi più giovani, quei «protagonisti impazienti della scena attuale che arrivano al successo e si sentono prematuramente soddisfatti». «L'architettura», insisteva, «non è un'attività che si realizza producendo cose dall'oggi al domani ».