«Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde. Di questa poesia mi resta quel nulla d'inesauribile segreto». C'è sempre un porto sepolto da scoprire e poco importa se il poeta indossa maschera e bombole e si immerge nel blu del mare. Quando risale, nei suoi occhi, l'inesauribile segreto delle profondità. L'archeologia subacquea è l'ultima moda per gli appassionati delle immersioni, pronti a catturare immagini di reperti armati di telecamere digitali. Se, infatti, il mare li aveva tenuti nascosti per secoli, immersi nel profondo degli abissi. Oggi gli antichi tesori, le navi da guerra di epoca romana e moderna, ma anche antiche ville sepolte dall'avanzare delle acque nel corso dei secoli, rompono il silenzio dei fondali per tornare alla luce, ripulite dai residui del tempo. Gli archeologi subacquei si sono specializzati non solo nel reperimento di questi reperti, ma anche nel loro restauro attraverso nuove sofisticate tecniche mirate a preservare questi insoliti reperti dall'effetto devastante dell'habitat particolare in cui si trovano. E l'idea che arriva dalle scuole di specializzazione italiane, all'avanguardia nel mondo in questo settore, è quella di valorizzare questo patrimonio occultato, trasformandolo in mete turistiche. «La tendenza che si sta imponendo - spiega Giuliano Volpe, docente di Archeologia subacquea all'Università di Foggia - è quella di creare itinerari marini per far scoprire le bellezze nascoste nel mondo sommerso». Come? «Con maschera e bombole o, dove è possibile, dotando gli scafi di vecchie barche di una chiglia di vetro trasparente». Così, per visitare i fondali, non sempre occorre essere un esperto archeologo, e non sempre è indispensabile indossare una muta da sub spingendosi fino a quaranta metri di profondità. Basta attrezzare una piccola barca, condurla magari sulle acque del Golfo di Pozzuoli, per vedere apparire come per incanto, a soli sei metri sotto la superficie, le ville degli ozi dei Cesari, con colonne e mosaici, o ammirare il Ninfeo di Punta Epitaffio, il piccolo edificio termale del I sec d.C addossato alle pendici del promontorio campano. Per restaurare i reperti sommersi sono stati messi a punto nuovi strumenti operativi che sono stati sperimentati dai sub dell'Icr a Baia sommersa nel settembre scorso. Meta, un mosaico pavimentale inserito nell'edificio denominato «Domus con ingresso a Protiro», non distante dalla più celebre Villa dei Pisoni. Il pavimento appariva molto degradato, con un'evidente presenza di agenti biologici marini e con un grave dissesto strutturale per il cedimento del massetto di fondazione. Obiettivi dell'impresa: diserbare e pulire le superfici, riempire le lacune del mosaico, consolidare e risanare il dissesto strutturale del pavimento. Per pulire le superfici è stata impiegata, qui per la prima volta, una microfresa pneumatica utile per l'abrasione dei residui carbonatici degli organismi marini. Per le lacune, invece, il problema è iniettare, tra i flutti, la malta, indispensabile per sanare le lesioni. Di solito vengono impiegate, per contenerla, sacche di tela impermeabile, di forma conica, tipo siringa da pasticciere; ma a Baia è stato utilizzato anche un prototipo di erogatore subacqueo di malta a pressione, costituito da un serbatoio di acciaio inox alimentato da una bombola di aria. Una pistola a ugelli intercambiabili, poi, di vario calibro, ha consentito il dosaggio del materiale.