Viaggio nel sottotetto dell'arcivescovado di Milano tra affreschi del 1300, mobili antichi, documenti e cimeli. Il cardinale Angelo Scola: «Vorrei aprirlo alla città» Scheda 1 di 6 nextAVANTI1.Lo scrigno dei tesori nascosti «Dovremmo studiare una modalità per consentire al pubblico di ammirare queste opere, magari su prenotazione, per piccoli gruppi perché lo spazio è quello che è... Ma di questo si occuperà il mio successore, ormai non ho più il tempo per farlo io». Il cardinale Angelo Scola contempla per l'ennesima volta quei dipinti, i colori vivi, le figure aggraziate, la stupefacente capacità di rendere la prospettiva. Lui, appassionato d'arte sin da giovanissimo, sale fin quassù raramente, «ma ogni volta è un'emozione», confida. Siamo in arcivescovado, lungo il lato del complesso che si affaccia su via Cardinale Martini. Ma i sontuosi saloni carichi di storia e di pregevoli dettagli li abbiamo soltanto attraversati per poi percorrere un'altra rampa di scale e arrivare proprio sotto i tetti dell'edificio figlio di interventi successivi in epoche successive. Sono locali adibiti a magazzino, che ospitano qualche scaffale di archivio e qualche cimelio neanche di poco conto: alcuni pezzi del salotto che il 25 aprile 1945 ospitò il drammatico colloquio tra Benito Mussolini e il cardinale Ildefonso Schuster, regali ricevuti dai cardinali, compreso per esempio un cero donato a San Carlo Borromeo. In un angolo è stata ricostruita la cappella dove pregano i vescovi ambrosiani, dedicata allo stesso San Carlo. Proprio in questo sottotetto, un giorno di settembre del 2013, una parete ha cominciato a trasudare acqua. Una perdita sempre più copiosa e allarmante. Idraulici e muratori trafficano su quel muro, l'intonaco giallastro viene via e spunta il frammento di un dipinto. Scatta l'allarme: «Fermi tutti, chiamate l'architetto Carlo Capponi, cioè il responsabile dei beni artistici della curia», ricorda la signora Gianna Pigazzini, assistente dell'arcivescovo. E di lì a poco si scopre che almeno quaranta metri quadri di quei sottotetti custodiscono anche in punti faticosamente accessibili affreschi risalenti alla metà del 1300. In un primo momento il tratto sembra quello di Giotto, poi prende forma l'ipotesi che si tratti di una scuola lombarda reduce da un incontro col maestro toscano. Ed eccoli qui, esposti allo sguardo di pochissime persone. Ed è lo stesso cardinale Scola, tra un'udienza è appena finita e l'ennesima della giornata che sta per iniziare, a soffermarsi sul significato di questo ritrovamento. «Si coglie anche dimensione civile del potere religioso di allora, che aveva un intreccio forte e anche equivoco con il poter reale e comunicava anche così, non c'erano la televisione e Internet». Portarlo alla luce «è un dono della chiesa alla città», dice. Ma si interrompe e di nuovo si rivolge ai suoi collaboratori: «Ma non possiamo far arrivare un piccolo pubblico almeno fino a qui? A Venezia eravamo riusciti a creare un percorso...». Esplora il significato del termine: Il cardinale guarda la figura della fantesca che spunta distinta dalla parete da cui è partita la scoperta, studia i dettagli della città assediata, il gioco delle prospettive, mentre Carlo capponi spiega che «questa scoperta retrodata l'importanza della scuola lombarda». Scola racconta di quando, a cavallo dei vent'anni, la passione per il barocco lo ha condotto in giro per l'Italia e l'Europa «con una vecchia Seicento» e ricorda le tante occasioni successive di incontro con l'arte da accademico e da prelato. E ancora oggi, per l'arcivescovo di Milano, la bellezza è un antidoto, un ristoro di fronte alla pesantezza della realtà. «Sa, negli anni ho accumulato soprattutto attraverso doni ricevuti circa duemila libri d'arte, ne tengo sempre uno aperto su un tavolo e ogni tanto mi fermo a sfogliarlo».Il cardinale guarda la figura della fantesca che spunta distinta dalla parete da cui è partita la scoperta, studia i dettagli della città assediata, il gioco delle prospettive, mentre Carlo capponi spiega che «questa scoperta retrodata l'importanza della scuola lombarda». Scola racconta di quando, a cavallo dei vent'anni, la passione per il barocco lo ha condotto in giro per l'Italia e l'Europa «con una vecchia Seicento» e ricorda le tante occasioni successive di incontro con l'arte da accademico e da prelato. E ancora oggi, per l'arcivescovo di Milano, la bellezza è un antidoto, un ristoro di fronte alla pesantezza della realtà. «Sa, negli anni ho accumulato soprattutto attraverso doni ricevuti circa duemila libri d'arte, ne tengo sempre uno aperto su un tavolo e ogni tanto mi fermo a sfogliarlo». Esplora il significato del termine: Ironizza sulla sua abitazione all'interno del palazzo, «dove è possibile camminare per un chilometro» e scherza sui «consigli da dare al prossimo vescovo» nella scelta della casa. Poi ritorna al senso dell'arte: perché la stessa umanità che si mette in coda per le mostre poi commette gesti terribili? «Perché questa bellezza rappresenta la ripresa, il ripartire, la grande proposta cristiana, che non ti condanna al tuo limite. E senza la coscienza di questa imperfettibilità dell'io non si coglie la realtà».Ironizza sulla sua abitazione all'interno del palazzo, «dove è possibile camminare per un chilometro» e scherza sui «consigli da dare al prossimo vescovo» nella scelta della casa. Poi ritorna al senso dell'arte: perché la stessa umanità che si mette in coda per le mostre poi commette gesti terribili? «Perché questa bellezza rappresenta la ripresa, il ripartire, la grande proposta cristiana, che non ti condanna al tuo limite. E senza la coscienza di questa imperfettibilità dell'io non si coglie la realtà».