Da sempre, almeno in Italia, fiumi, torrenti, fiumare, fossi, rogge e marane sono considerati i luoghi deputati per il rilascio di materiali ingombranti e dannosi. Rifiuti, detriti, scorie sono disinvoltamente recapitate nei corsi d'acqua, in omaggio all'interiezione corrente, almeno a Roma, con la quale alle persone sgradite o noiose si intima Vatt'a butta affìttine. E basta affacciarsi sulle rive di qualsia-si corso d'acqua per godere della vista di osceni «gran pavesi» di stracci e di plastica appesi ai rami dei salici. L'episodio tremendo delle povere mucche lattifere uccise per aver bevuto l'acqua di un fosso presso Anagni, non è che uno dei tanti episodi d'inquinamento mortale di cui le cronache, soprattutto estive, sono piene. Come dimenticare, ad esempio, le ricorrenti morie di pesci nel Tevere in occasione di grandi piogge dopo mesi di siccità, morie dovute all'improvviso scarico nel fiume delle porcherie accumulate nelle marane, nei canali e nei fossi di scolo dell'entroterra da coltivatori negligenti, industrie fuori controllo, artigiani disonesti? Ma in questo caso, più che da rifiuti ammucchiati nel tempo, si tratta dello sversamento abusivo e criminale di una sostanza tossica. E chi ha inferito che possa trattarsi di cianuro non è andato, secondo me, lontano dal vero. Questo potentissimo veleno, caratterizzato (per chi legge i libri gialli) da un forte odore di mandorle amare, è molto usato per molti processi industriali, soprattutto quelli legati al trattamento dei metalli. Molti fiumi dell'Amazzonia sono ormai privi di vita a causa del cianuro impiegato per l'estrazione dell'oro e dell'argento dai minerali. Il rapido passaggio del veleno (quale esso sia stato) avrà sicuramente provocato, prima di andarsi a diluire in quella ormai morta gora che è il fiume Sacco, anche la completa eliminazione di ogni forma di vita acquatica presente in quello che era considerato un limpido ruscello. Uccelli, pesci, anfibi come rane e rospi, crostacei, insetti come libellule e damigelle, per anni non faranno più la loro comparsa in queste acque. Il disastro del Rio Mola di Santa Maria è solo un altro tragico e vergognoso tassello della tragedia chimica che sta portando la Valle del Sacco ai livelli dei siti più inquinati e mortiferi d'Italia, da Porto Marghera a Manfredonia, da Priolo a Gela, in un panorama che anno dopo anno diviene sempre più preoccupante, investendo anche aree ove, ancora pochi anni fa, l'ambiente appariva integro nella sua rurale bellezza. E ci vorrà molto impegno per iniziare a tracciare una mappa, per quanto è possibile completa, dei luoghi in cui la morte è ancora annidata, e per predisporre un piano di bonifica come quello, ormai quasi completato, nella Valle della Bormida in Piemonte, per più di un secolo assassinata dagli scarichi dell'Acna, una industria chimica dell'Appennino ligure.
IL KILLER DEL SACCO Un fiume e una valle nel disastro
In Italia, i corsi d'acqua sono spesso utilizzati come discariche per rifiuti e scorie. Ciò è particolarmente evidente a Roma, dove le persone sono incoraggiate a "buttar via" i loro rifiuti nelle acque. I fiumi e i torrenti sono spesso inquinati con stracci, plastica e altri materiali dannosi. L'inquinamento è un problema grave, come dimostra il caso delle povere mucche lattifere uccise per aver bevuto l'acqua di un fosso presso Anagni. Le morie di pesci nel Tevere sono un altro esempio di inquinamento. In alcuni casi, l'inquinamento può essere dovuto allo sversamento abusivo di sostanze tossiche, come il cianuro.
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