AMosul i droni portano morte e distruzione. Ma a Qadisiyah in Iraq centrale, a due ore di macchina da Baghdad, li usano per riscoprire tesori antichi, reperti di un tempo in cui l'Iraq era sede di imperi universali nella fertile terra «che sta in mezzo ai fiumi». A pilotarlo in questo caso, i soli in tutto il Paese con il permesso di farlo, sono gli archeologi dell'Università di Bologna chiamati dal governo iracheno. È il progetto "Heartland of Sumer - Qadis" che sotto la guida di Nicolò Marchetti, docente all'Alma Mater con molti scavi in Medio Oriente, porterà per la terza volta l'8 gennaio un team di dodici persone, tra studenti e ricercatori da Bologna all'antica Mesopotamia. «Ci ha invitato nel 2015 lo State Board of Antiquites and Heritage iracheno spiega Marchetti per una missione di ricognizione. Qadisiyah è un'area fondamentale per l'archeologia, gli scavi del Novecento hanno consentito di riportare alla luce la città santa di Nippur insieme a varie altre forme urbane sumeriche, ma è stata pure una delle zone più devastate. In particolare, dal 2003 al 2007, quando il Paese era sotto gli americani, migliaia di tombaroli hanno scavato indisturbati 365 giorni l'anno. I saccheggi archeologici hanno sostenuto la guerra dei terroristi tanto quanto il petrolio. Isis distrugge solo quel che non può vendere ai collezionisti occidentali». Al team dell'Alma Mater il compito di mappare i danni insieme al tanto che ancora è da scoprire. «È la prima volta in Iraq che metodologie all'avanguardia come le immagini raccolte da droni e satelliti continua Marchetti si possono impiegare in un paradiso archeologico. Oggi senza scavare, e dunque distruggere, si possono fare ritrovamenti eccezionali. Come la città di Karkar, 618 ettari sotto terra, una volta e mezza Bologna, Ninive era 700 ettari tanto per dire, insieme ad altre piante urbane con centinaia di edifici». Scopo della missione non è solo saperne di più sugli antichi Sumeri, ma dare pure una mano alla rinascita. «Ci hanno chiamati continua il professore per capire cosa in futuro valorizzare. Potrebbe diventare una delle grandi aree archeologiche del Paese, una nuova Babilonia, capace in un Iraq pacificato di attrarre turismo». Tra quanto? «Se Mosul cadrà come si spera in un paio di mesi e il governo centrale saprà coinvolgere i sunniti, non è escluso che per il 2020 si possano aprire le prime visite». Nel frattempo, un consorzio di università, tra cui Unibo, sempre guidato da Marchetti, ha vinto anche due bandi Ue. «Il primo, Waladu, mira a formare una nuova classe di archeologi iracheni, che svolgono un lavoro eroico pur senza conoscenze aggiornate e strumenti adeguati, l'altro ancor più importanti è Eduu ed è per le giovani generazioni. Noi vorremmo che la coscienza del passato comune accrescesse il multiculturalismo, aiutando la pace».