Aperto il cancello che separa i Fori di proprietà dello Stato e quello del Comune: i soldi della gestione dell'area archeologica però andranno allo Stato Il cancello che separa da quasi un secolo i Fori di proprietà dello Stato da quelli del Comune dunque sarà aperto. Si potrà così finalmente passare indifferentemente da un lato all'altro, grazie a un accordo fra la Soprintendenza statale e la Sovrintendenza comunale. Ma non fateci l'abitudine. Perché a Roma l'area archeologica centrale, sito forse più importante e spettacolare del mondo intero, è rigorosamente divisa fra due enti diversi. E così resterà. Perfino nel nome: alla Soprintendenza dello Stato (con la «p») il Comune contrappone la propria Sovrintendenza (con la «v»). Questo stato di cose ha prodotto talvolta casi surreali, come quello della Piramide Cestia: ne sa qualcosa il mecenate giapponese finanziatore del restauro, che ha combattuto mesi soltanto per sapere se fosse un monumento statale o comunale. Ma nessuno ha mai messo mano a tale assurda situazione. Con la giunta di Ignazio Marino si era arrivati a creare un consorzio fra le due Soprintendenze (ma senza risolvere il dilemma fra la «p» e la «v»). Ma il piano, che certo non era risolutivo, non è mai partito e ora è di fatto defunto. E mentre tale anacronistica dicotomia prosegue, si affaccia ora una iniziativa che, come già denunciato dal Corriere e confermato ieri su questo giornale dall'assessore Luca Bergamo, colpirebbe la Soprintendenza speciale statale. Togliendo nella sostanza a Roma l'autonomia nella gestione dei soldi incassati dall'area archeologica centrale. Non solo divisi, ma ora anche senza denari. Complimenti.