PRATO A certi appuntamenti conia storia ci si arriva impreparati. «Zappavo sugli etruschi e non lo sapevo. Ho lavorato per anni in quei campi. Ogni tanto spuntava un coccio, un pezzo di terracotta, ma pensavo fossero resti moderni, di una vecchi fornace. Chi poteva immaginare». Ci sono città che dormono per un'eternità, venticinque secoli sprofondate nel sonno della terra. Non si sentono, non si vedono. Nessuno le cerca perché di loro non se ne ha traccia, né ricordi, né racconti. Così invisibili da non lasciarsi neanche rimpiangere. Poi un giorno qualcuno le sveglia e te le ritrovi qui: tra i Gigli e la Perfetti Ricasoli. In una landa di ortiche stretta da Prato, Campi e Calenzano, e tagliata da strisce d'asfalto dove i camion si fermano, caricano, e ripartono. Qua dove Antonio Pezzenti, il pensionato che ha una casa bianca nel campo, zappava e perdeva il suo appuntamento con la storia. Gonfienti è una città addormentata. Ha cominciato a svegliarsi nel '97, quando sono cominciati nella zona i lavori per l'interporto di Prato, il più grande scalo merci della Toscana, e oggi è in una specie di torpore. Si vede qua e là, si sgranchisce le ossa in mezzo alle erbacce: lunghe file di pietre bianche, i resti di una casa, tracce di strade, canali. Il resto è sotto, in attesa di togliersi il peso dei secoli dalle spalle. Ma quel poco che è emerso fa molto pensare e molto sognare gli archeologi della Soprintendenza toscana: hanno di fronte i resti di una delle più grandi città etrusche della storia. Marzabotto, la gemella al di là dell'Appennino, si estende per venti ettari. Gonfienti forse qualcosa di più. Lo fanno intuire le dimensioni delle strade, anche dieci metri di carreggiata, le robuste opere idrauliche, e le dimensioni degli edifici: a pochi passi dalla casa del pensionato ci sono i resti di un abitato di mille e quattrocento metri quadrati. Una casa enorme, con porticato e cortile centrale, ambienti per le diverse attività, anche di rappresentanza e commercio, che ha già svelato molti tesori, tra cui piatti, buccheri, orci, scodelle, uno spillone di bronzo e un pezzo di anello. La zona vincolata dagli scavi per adesso sono venti ettari, per lo più nel territorio di Prato, sette in quello di Campi. Ancora non sono state trovate le necropoli, che probabilmente dormono sulla schiena della Calvana. «Una città grande, vivace di commerci, ricca, ma dalla vita breve: nasce e muore nel giro di due secoli. Dal VI alla fine del V avanti Cristo. Sparisce all'improvviso, nessuna fonte la cita. Cosane abbia determinato la fine, non è del tutto chiaro: segni di devastazione non se ne vedono, né di tipo bellico, né legati a una piena che possa averla spazzata via. Il tetto della casa rinvenuta è come se si fosse afflosciato su se stesso, schiacciando la casa. Probabilmente la fine fu determinata da una stagione di piogge straordinarie. Di fatto fu abbandonata» spiega Gabriella Poggesi, direttrice degli scavi, l'archeologa esperta di etruschi acuì sene deve il risveglio. Gonfienti va annusata, intuita, richiede uno sforzo di pensiero, ma a occhi ben spalancati: guardare l'oggi aiuta ad immaginarsi il passato. L'attività dell'interporto, con la piattaforma di stoccaggio delle merci, il brulicare dei camion, dei vagoni ferroviari, dei container, non è altro che la versione moderna di quello che si faceva qui nell'antichità. «E' il territorio a spingere gli uomini a fare certe scelte. Anche a distanza di secoli. Non è un caso che si realizzi qui l'interporto: Gonfienti era, ed è ancora, uno snodo cruciale» spiega l'archeologa. Gli etruschi se ne accorsero già nel VI secolo avanti cristo: videro questa piana, tagliata dal Bisenzio e dall'Arno, l'Appennino subito addosso, e decisero di costruire qui la loro città degli scambi. Una città di nuovissima concezione: moderna, squadrata, lineare. Lambita dall'acqua, costruita qui proprio per l'acqua: «Dal Bisenzio si arriva in Arno e dall'Arno al mare. Era questa l'autostrada dell'acqua di cui si servivano gli etruschi per trasportare fino al Tirreno i materiali che qui venivano estratti». Pietra alberese, rocce, minerali, il Monteferrato ne era ricco. Con un ulteriore sforzo ci si può immaginare un'autostrada fluviale ancora più lunga: una via d'acqua che collegava addirittura due mari, il Tirreno e l'Adriatico. Con due caselli principali: di qua Gonfienti sul Bisenzio e quindi sull'Arno, di là Marzabotto costruita sul Reno, gemella quasi in tutto, per età, concezione, piano urbanistico, come se l'una fosse stata creata per giustificare l'altra. A dividerle l'Appennino, montagna aspra, ma in realtà valicata grazie al valico di Montepiano, lunghi giorni di cammino, ma con punti sosta dove riposare e pregare, resti votivi sono stati già trovati in passato lungo quella rotta. Le merci da una città arrivavano via terra all'altra, e da lì via fiume prendevano la via del Tirreno o dell'Adriatico. «Oppure da Chiusi, sempre seguendo la traiettoria tra Gonfienti e Marzabotto, arrivavano fino a Bologna». Oggi dalle zattere degli etruschi si è passati ai camion e all'asfalto. L'interporto che ha risvegliato Gonfienti, ne segna anche il futuro. Non si fosse scavato per realizzarlo, gli etruschi starebbero ancora là sotto a dormire. Ma i ritrovamenti archeologici hanno costretto a rivedere lo sviluppo dell'intera area industriale: il progetto interporto, che si estendeva su ottanta ettari di terreno, è stato modificato, lo sviluppo non è più circolare, ma lineare, gli edifici previsti dove ora si scavano i resti saranno realizzati in altre aree. Poteva essere una guerra dei mondi, tra presente e passato, tra due beni pubblici ugualmente importanti, ma in antitesi. «Il primo sopralluogo ai resti, nel '97, si svolse in un'atmosfera di grande tensione: sapevo di avere davanti qualcosa di importante, ma non sap evo se saremmo riusciti a difenderlo dai grandi interessi in gioco con l'interporto» dice Poggesi. Alla fine ha prevalso il buon senso e la collaborazione. La società dell'interporto, a prevalenza pubblica, ha finanziato gli studi geofisici sui lotti interessati dai lavori e dagli scavi, e ha messo a disposizione della Soprintendenza alcuni locali dove adesso lo staff di Poggesi svolge l'attività di recupero e catalogazione dei materiali rinvenuti. Di fatto però la città invisibile tornerà ad essere visibile, e in parte lo è già, in un'atmosfera surreale: grandi chiazze di etruschi sparse in mezzo ai container. Per questo vederla dall'alto, con tutti i suoi reticoli e i suoi canali, forse sarebbe la cosa migliore. Magari con una teleferica che arrivi sulla collina, a Poggio Castiglione, sopra Pizzidimonte, dove fu trovata nel 1753 la statuetta dell'Offerente, un bron-zetto etrusco ora al British Museum di Londra. L'ideagià circola. E' qui sulla montagna, alle spalle di Gonfienti che dormicchia a valle, che Giuseppe Centauro, docente di restauro all'università di Firenze, è convinto che siano sepolti i resti dell'antica e mitica Camars: la grande città madre degli etruschi. «Laverà Chiusi è qua: ne sono certo». Un'altra città ancora più invisibile.