LUCCA Non aveva alcuna ascendenza italiana né locale, nonostante il suo cognome fosse Martini, diffusissimo anche in Lucchesia. La sua fu una vera e propria fascinazione per il nostro Paese e soprattutto per Lucca, da dove, una volta giunto nel 1727 dalla natia Germania, non partì più, rimanendoci fino alla morte nel 1745. E la Lucchesia gli piacque così tanto da descriverla e disegnarla nei minimi dettagli come nessun altro prima. Ecco Georg Christoph Martini, sconosciuto ai più, ma figura di rilievo nella storia cittadina. Tra gli studiosi è noto come il pittore sassone proveniva, appunto, dalla Sassonia e il cognome sembra essere legato a Martin Lutero e alla fede protestante -, ma i suoi interessi e le sue capacità spaziarono in molti campi: era anche scrittore, naturalista, restauratore, antiquario e insegnante. Spirito brillante e grande talento, seppe introdursi benissimo nei circoli del patriziato locale, per il quale si prodigò in molteplici attività: dava lezioni di disegno, restaurava mirabilmente quadri antichi e, su committenza degli amici nobili che se lo contendevano, realizzava dipinti di pregevole fattura, tutti ispirati ai maestri italiani del Rinascimento, di cui era un appassionato ammiratore. Ma la sua produzione pittorica in Lucchesia non è ancora stata ricostruita, tanto che gli esperti pensano che molte sue opere senza firma si trovino sparse in ville e palazzi. Per questo assume grande importanza il restauro appena commissionato dalla Provincia di due quadri da lui firmati e datati 1735-1740: i dipinti a olio su tela "Venere nella fucina di Vulcano" e "Romolo e Remo allattati dalla Lupa" , che fino al 2011 ornavano le pareti di una sala di palazzo Samminiati, in piazza Guidiccioni, un tempo sede dell'Azienda di promozione turistica e oggi dell'Ufficio scolastico provinciale (l'ex Provveditorato agli studi). A rimetterli in sesto sarà Massimo Bonino, noto restauratore lucchese, consulente tecnico del Tribunale e autore di molti interventi a capolavori conservati nei musei e nelle chiese della città. Dal 2011 i due dipinti si trovano nel suo laboratorio di via Fatinelli, nel centro storico di Lucca, perché già in quell'anno la Provincia proprietaria del palazzo gli commissionò il restauro. Ma prima l'insufficienza di fondi e poi l'incertezza sul futuro dell'ente hanno impedito di portare a termine il lavoro, che Bonino aveva iniziato con un intervento d'urgenza sui quadri. La situazione si è finalmente sbloccata e ora lo specialista potrà proseguire, sotto la supervisione della Soprintendenza ai beni artistici, contando di finire il restauro al massimo entro maggio 2017. Da quel momento i dipinti torneranno nella loro sede naturale. Cinque anni fa il loro stato di deterioramento racconta Bonino si presentava grave. «Erano graffiati e bucati in più parti dice , segno di puliture effettuate con violenza, ma anche di un infelice restauro precedente, eseguito prima del fascismo. Infiltrazioni d'acqua, poi, avevano causato ulteriori danni». Nel 2011 Bonino tamponò alcune falle, arrivando a circa il 50 del restauro. Che questa volta, invece, sarà totale e comprenderà anche le cornici nelle quali erano collocati i quadri e dove saranno rimessi, in palazzo Samminiati. La spesa in totale sarà di poco meno di trentamila euro. Bonino si augura che la sistemazione dei dipinti sia l'occasione per far conoscere meglio il pittore sassone. «Figura interessantissima sottolinea e ancora tutta da scoprire. Eclettico, ironico, curioso, moderno. All'Archivio di Stato c'è una mole di documenti straordinari da lui scritti e nei quali racconta puntualmente la vita della metà del 1700 a Lucca. E su di lui ci sono tanti aneddoti curiosi. Come quello che riguarda gli appunti e i disegni sulla lavorazione a telaio in Lucchesia: alla sua morte nel 1745 (fu sepolto a Livorno perché protestante e non aveva eredi, ndr), i governanti di Lucca chiusero tutto il materiale in cassaforte per timore che venisse visto dai concorrenti. Nonostante la buona entratura tra i nobili, inoltre, nei suoi scritti non risparmiava loro critiche: su Villa Mansi, ad esempio, annotò senza giri di parole che era stata tinta male».