Quando pochi giorni fa, nell'emozione dell'attentato di Berlino, hanno annunciato che da subito molti luoghi della città sarebbero stati protetti da barriere antiterrorismo, al di là del senso di sicurezza per la rapidità della decisione il pensiero comune è stato immediato: che orrore, masse di cemento grigiastre da zona di guerra nel mezzo del centro storico. Ovviamente, in certi casi non c'è tempo per l'estetica; e tuttavia quei blocchi amorfi inevitabilmente deturpano il panorama, vanificando anni di lavoro e meditazioni sul decoro urbano. Nell'innegabile sgradevolezza fisica e nella totale estraneità al contesto, la loro improvvisa comparsa rappresenta un'ulteriore discesa nei gradini del degrado della convivenza civile, come già i camion dei soldati armati fino ai denti che da qualche anno percorrono le nostre strade. Purtroppo non è facile immaginare che le barriere se ne vadano presto: nulla, nel contesto internazionale, ce lo fa presumere; ma almeno l'orrore estetico del cemento è durato pochissimo - appena due o tre notti: il tempo per la Prefettura e il Comune di dichiararle zona franca per i graffittari e radunarne alcuni che le hanno prontamente decorate. Non che adesso siano capolavori da museo, per carità; però almeno sono piacevoli, con i loro colori brillanti, e anche se di sicuro non sono sufficienti a farci sentire più protetti in qualche modo ne limitano l'impatto psicologico. Un buon esempio di convivenza civile, che ci fa sentire più uniti, soprattutto se pensiamo agli anni vicini in cui i graffiti erano soltanto sfregi che deturpavano i muri milanesi, opera di writers riuniti in bande impunite che parevano imprendibili. Oggi, in molti casi, quei ragazzi sono capaci di dialogare con la città in maniera proficua; almeno di questo possiamo rallegrarci.