VERONA. «Finalmente sono di nuovo a casa. Finisce una brutta storia: è una grande emozione, una ferita dolorosa che si rimargina ». Nell'aeroporto Catullo esultano il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e il sindaco di Verona Flavio Tosi. Per la città di Giulietta e per l'Italia è un insperato regalo di Natale. L'incubo, durato 397 giorni, è finito. Le luminarie accendono la notte scaligera e il Museo di Castelvecchio riaccoglie i 17 capolavori del '500, rubati da una banda di ladri italo-moldava e ritrovati in Ucraina nella regione di Odessa. È il lieto fine di un'avventura, poliziesca e diplomatica, che ha rischiato di mandare in frantumi le buone relazioni tra Roma e Kiev, ma pure il faticoso riavvicinamento politico tra Bruxelles e Mosca. Una vera spy story, che ha visto protagonista il "petrolio italiano", il nostro patrimonio artistico, in ostaggio per mesi. «Abbiamo tanto pregato dicono i custodi nella sala Conferenze di Castelvecchio per fortuna Dio ci ha ascoltati». Riavere le tele di Tintoretto, Mantegna, Rubens, Bellini, Pisanello, Caroto e altri, non è stato facile. Prima la difficoltà di indagini internazionali, poi la resistenza delle autorità ucraine, costrette a cedere grazie alla pressione Ue. Infine i capricci del presidente Poroshenko, deciso a fare un ingresso trionfale a Verona, con refurtiva al seguito, purché ricevuto dal premier italiano in persona, Matteo Renzi, nel frattempo caduto sul campo del referendum. Così è toccato al ministro Franceschini, al sindaco Tosi, ad una folta delegazione ministeriale e cittadina, ai massimi vertici di polizia, carabinieri e procura veronese, volare a Kiev per andare a riprendersi i 17 quadri, valore stimato tra 20 e 25 milioni di euro. Franceschini annuncia pure tolleranza zero su furti e danni contro i beni culturali. Venerdì in consiglio dei ministri il via al giro di vite: un disegno di legge, in collaborazione con il ministro della Giustizia Orlando definirà nuovi tipi di reati. Ieri a mezzogiorno invece, nel museo Khanenko della capitale ucraina, la riconsegna del bottino da Poroshenko, fatto cittadino onorario di Verona, a Franceschini. In serata la presentazione delle tele di nuovo sui loro cavalletti italiani. Grande emozione anche per turisti e veronesi: in centinaia per salutare i dipinti recuperati. Un'occhiata alla salute delle tele tagliate, ma focus sul racconto del "furto del secolo". È la sera del 19 novembre di un anno fa. Tre ladri incappucciati penetrano nel Castelvecchio da una porta laterale, poco prima della chiusura. Pistole in pugno immobilizzano e legano i custodi. L'allarme non scatta. Con i taglierini "rifilano" al bordo delle cornici, le arrotolano e scappano. Nel bottino ci sono alcune star dell'arte italiana: la Madonna della quaglia di Pisanello, il San Girolamo del Bellini, il Sansone di Tintoretto. Gli esperti non hanno dubbi: «Capolavori invendibili assicurano perché noti in tutto il mondo». Più prudenti gli inquirenti. «Colpo su commissione, all'estero prosperano mercati clandestini per collezionisti ». A Verona e a Roma monta il timore di aver perso le opere per sempre. Poi, grazie a carabinieri, polizia e procura veronese, la svolta. Il 15 marzo vengono arrestate 12 persone, tre basisti a Verona e nove rapinatori in Moldavia. Sei oggi in carcere, condanne per 31 anni. Il giallo, comincia a chiarirsi. Il vigilante di turno era d'accordo con la banda dei moldavi e si era lasciato legare. Suo fratello, ex guardia giurata, era la mente del colpo: la compagna moldava aveva fatto da tramite con i rapinatori. Il mistero però non è finito, dei quadri non c'è traccia. Fino al 6 maggio. La polizia di frontiera ucraina improvvisamente trova la refurtiva. È nascosta in sacchi di plastica, tra i cespugli dell'isolotto di Turunciuk, sul fiume Dnestr. Siamo in Crimea, Odessa è vicina, il confine con la Transnistria a un passo, la Moldavia poco più in là. Nell'Est ex sovietico, è il crocevia- icona di traffici criminali e intrighi politici. E infatti, prima che il ritrovamento venga reso pubblico, passano cinque giorni. Solo l'11 maggio l'Italia apprende che le tele di Castelvecchio sono state trovate. Ancora una volta però l'odissea non è finita. I quadri spariscono di nuovo, poi riappaiono a Kiev, nella residenza presidenziale di Poroshenko, che da fine maggio li mette pure in una mostra. Roma e Verona premono, l'Ucraina resiste, Bruxelles va in pressing: di mezzo c'è l'embargo Ue contro Putin, nemico di Poroshenko dopo l'invasione della Crimea. Quasi otto mesi con i 17 dipinti veronesi in ostaggio, prima che Kiev realizzi che il suo dialogo con l'Europa vale più di Rubens e di Mantegna. Fine del film: Renzi si dimette, Poroshenko rinuncia alla vetrina con premier e vista Arena, Franceschini vola in Ucraina e i capolavori tornano in Italia. A Verona stasera si può dirlo: altro che cinepanettone, più che un regalo è davvero un miracolo di Natale.