Esistono alternative all'imbarbarimento. Ma l'amministrazione Variati, come le precedenti, ha scelto un'altra strada Ieri è stata una giornata campale. Durante la conferenza stampa della mattina, il vicesindaco di Vicenza, Jacopo Bulgarini d'Elci, mostrando un aplomb speciale, da vero rappresentante delle istituzioni e come si addice a un perfetto candidato sindaco, dà dei criminali a quei concittadini che hanno osato segnalare all'Unesco i danni prodotti da scelte urbanistiche talmente irresponsabili che oggi è davvero difficile trovare qualcuno disposto a difenderle. Nel pomeriggio a Villa Tacchi, invece, si é tenuto l'ultimo incontro pubblico sull'Hia (Heritage Impact Assessment), la valutazione di impatto sul bene richiesto dall'Unesco al Comune di Vicenza e da questo affidato al gruppo SISTEMA-Lisitzin. Entro il 9 gennaio sarà prodotta la relazione finale. In attesa di sapere a quali conclusioni giungerà il gruppo di lavoro incaricato, che ieri ha mostrato di avere moltissime difficoltaà di approccio ai temi da trattare (forse perché troppo complessi), mi sembra opportuno riflettere sul percorso compiuto a Vicenza negli ultimi sessant'anni in difesa del patrimonio culturale palladiano. Un'attivita segnata da una fase iniziale, eroica, ricca di slancio pionieristico per giungere sino all'oggi, allo stato di crisi nella quale ci troviamo, contraddistinta dal dialogo sempre più difficile tra Vicenza e l'Unesco. Dobbiamo tornare indietro, all'immediato dopoguerra, ricordando che ciò che oggi diamo per scontato (i monumenti restaurati, la tutela del centro storico, l'iscrizione nella lista del patrimonio mondiale), è invece frutto di lunghe e faticose battaglie in difesa, in primo luogo, delle ville venete, in particolare di quelle vicentine, condotte da un allora giovanissimo e coraggioso storico dell'arte: Renato Cevese. Il suo articolo "Sulle ville del Veneto incombe l'ultima rovina", pubblicato nel 1948 sulle pagine del Tempo di Milano, risuona nel pieno e nel rischio della corsa alla ricostruzione postbellica, come un potente j'accuse per l'aver del tutto rimosso il problema gravissimo della salvaguardia delle ville che costellavano le campagne venete, beni culturali straordinari la gran parte dei quali, all'epoca, versava in totale abbandono. A questa denuncia pubblica segue una mostra "scandalo" fatta di semplici ma emblematiche foto e dedicata appunto allo stato di degrado delle ville vicentine (ospitata alla galleria il Naviglio di Milano), esposizione apparentemente minore ma di grande successo che precede e apre la strada a quella ben più nota, curata da Comisso e Muraro, con la collaborazione di Giuseppe Mazzotti, con la quale, nel 1952, si apre la campagna che porterà dopo qualche anno alla costituzione dell'Ente delle Ville Venete (1958). A premiare l'impegno a favore della tutela dello straordinario lascito palladiano sul territorio vicentino e veneto, giunge, tra il 1994 e il 1996, il riconoscimento Unesco con l'iscrizione del sito "Vicenza e le Ville del Palladio nel Veneto" nella Lista del patrimonio mondiale dell'Umanità. Si riconosce all'opera del grande architetto, così come alla cultura del tempo che l'ha favorita e promossa, l'eccezionale valore di universalità di cui Vicenza, magnete di un sistema territoriale ben più ampio, è (dovrebbe essere) ambasciatrice nel mondo. Il riconoscimento ottenuto sancisce dunque il punto d'arrivo di un lungo e faticoso sforzo per rendere comprensibile a tutti, non solo agli addetti ai lavori, l'importanza dell'opera palladiana ma anche l'avvio di un lento declino derivante dal non aver compreso, per ignoranza o peggio ancora per disprezzo, l'importanza culturale, educativa e civica di essere un sito patrimonio dell'umanità. Solamente così possiamo spiegarci le scelte urbanistiche assunte dalle amministrazioni comunali che hanno governato la città in questi ultimi diciotto anni lasciando sul campo mostri edilizi e infrastrutture pressoché inutili che hanno dilaniato il nostro territorio e corroso il nostro paesaggio e che oggi tutti non senza qualche buona dose di ipocrisia, sono pronti a disconoscere o meglio ancora a cancellare, chi con demolizioni esemplari chi, come nelle fiabe, ricorrendo all'uso di bacchette magiche. Ma se il non senso dell'insediamento di Borgo Berga, della Base Dal Molin, del progetto Tav sembra essere un fatto oramai conclamato, grazie alle azioni messe in campo da alcuni cittadini e associazioni, affiancati da poche e virtuose rappresentanze politiche, molto meno evidente è il danno che potrà derivare da altre scelte che l'attuale amministrazione comunale, senza alcuna remora si è prodigata di promuovere. Si tratta, ad esempio, della pesante trasformazione che si vuole apportare all'area di protezione (buffer zone) di Villa Trissino-Trettenero, simbolo nel simbolo dell'opera palladiana (la prima nella quale si documenta la presenza del giovane e sconosciuto architetto-scalpellino) in prossimità della quale si intendono inserire nuove destinazioni urbanistiche a nord e a sud-est volendo così far spazio all'urbanizzato che preme tutt'attorno privando la villa (e la città) di un pezzo di campagna importante, con una grande valenza paesaggistica (anche poco o nulla valorizzato) che fa da cornice al monumento palladiano e da argine al costruito sempre più dilagante. Cosa ci possiamo aspettare dalle ripetute e fallimentari proposte di riuso dell'ex Macello (da albergo a 5 stelle a gastronomia di lusso, come se si potesse blindare per legge la tipologia merceologica di un'attività commerciale!)? Un edificio storico, sottoposto a vincolo diretto sin dal 2001 e ridotto a rudere dall'incuria del Comune (proprietario del bene) fatto che ha causato la progressiva e documentata perdita di valore immobiliare. Come spiegare lo stato di abbandono sempre più evidente dei due principali parchi storici: Parco Querini e Giardini Salvi per i quali si corre ai ripari con progetti frammentati anziché scegliere la via di un piano di gestione integrale? Come salvare da nuovi Borgo Berga la cosiddetta "spina ovest" (San Felice Viale Verona Viale San Lazzaro) e in particolare il complesso dell'ex ospedale psichiatrico, con il suo straordinario parco, sempre in bilico tra attesa e nuove previsioni urbanistiche. Oppure il degrado, la sporcizia, l'assediamento d'auto nella zona dell'ex Teatro Eretenio con i suoi precari brandelli di muri perimetrali che ci ricordano la presenza dell'importante edificio e la sua speciale funzione culturale distrutto dai bombardamenti, oggi parcheggio e porta d'accesso al cuore del centro storico e luogo dove è possibile apprezzare, come una grande quinta scenica affacciata sul Retrone, il Palazzo Civena Piovene? E che dire della Valletta del Silenzio dove, con risorse pubbliche destinate specificatamente alla valorizzazione del patrimonio UNESCO (l. 772006), nei mesi scorsi si sono realizzate opere molto discutibili e dove, da parte di alcuni privati, negli anni scorsi si sono realizzati edifici in contrasto con le norme di tutela del sito e che oggi, malgrado i provvedimenti di sequestro esposti all'esterno, non si è ancora provveduto a demolire definitivamente? La tutela e la conservazione dei beni culturali, immobili e mobili, di proprietà pubblica costituiscono, lo sanno bene coloro che si occupano di questa materia, non un'opzione ma un obbligo di legge (art. 30, n. 422004). Un atto virtuoso ed esemplare da parte dell'amministrazione pubblica che può stimolare i privati a collaborare in questo faticoso compito civico e culturale. L'esperienza degli ultimi anni, le risposte positive che abbiamo ricevuto alle nostre azioni, ci hanno insegnato che possono esistere alternative all'imbarbarimento delle nostre città e delle nostre, un tempo civili, campagne. Imbarbarimento generato dalla supremazia delle logiche del profitto (fine a se stesso, sempre più effimero, lontano persino dalle logiche del mercato si pensi a quello edilizio) che ci privano della bellezza del nostro paesaggio, umiliandoci con scelte urbanistiche vergognose. Per questo, come atto di orgoglio e di fiducia, chiediamo con una petizione pubblica che il Ministro dei Beni culturali (Mibact) revochi al Comune di Vicenza la gestione del sito Unesco avendo agito a danno della nostra comunità e di quel patrimonio culturale che ci nobilita e rappresenta in tutto il mondo.
www.vvox.it
22 Dicembre 2016
VICENZA-Unesco a Vicenza, il MiBACT gestisca il marchio
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Francesca Leder
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Bene culturale
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