SCULTURA A Palazzo dei Priori di Perugia la celebre «Fontana degli assetati» restaurata. Una plastica che rivaleggia con la pittura di Giotto e muove i corpi con energia sorprendente e quasi rinascimentale Siamo a sette secoli dalla morte del grande scultore e architetto toscano Arnolfo di Cambio (fissata ipoteticamente attorno al 1305, mentre la nascita viene posta attorno al 1240), e dunque giustamente un comitato nazionale ne sta conducendo adeguate celebrazioni. Della prima di queste, dedicata a una ricostruzione della tomba del Cardinal De Braye nel S. Agostino diOrvieto, ho già parlato ai nostri lettori a ridosso dello scorso Natale, ora è giusto occuparsi di una seconda tappa che si tiene a Perugia, Palazzo dei Priori, sede della Galleria Nazionale dell'Umbria (a cura di Vittoria Garibaldi e Bruno Toscano, fino all'8 gennaio 2006),mentre già si annuncia una puntata finale a Firenze. La mostra perugina si concentra su una delle grandi opere di questo artista, la Fontana detta degli Assetati da lui scolpita, a partire dal 1281, per la piazza principale del capoluogo umbro, a far da pendant all'altra ben più vasta realizzata dai due Pisano, il padre Nicola e il figlio Giovanni, ancor oggi saldamente svettante con la sua cerchia di personaggi- cariatidi e una serie di lastre inferori di spigliato gusto narrativo. La fontana di Arnolfo è stata molto più sfortunata nei fatti, probabilmente per l'esaurirsi della vena d'acqua che la alimentava, il che ne ha causato lo smembramento. E il compito primario della mostra attuale è proprio quello di ricostruirla, al terzo piano del grande palazzo. Asalvarla dal disfacimento non avevano contribuito i due favolosi animali, il Grifo e il Leone, fusi in bronzo, che pur essi si ammirano nell'attuale riproposizione, ma che godono di un ben diverso valore estetico, in quanto si tratta di due ciondoli ingranditi, all'insegna di un gusto folclorico, o di un culto scapricciato per il mostruoso, così cari al medioevo. Meglio dunque che la Fontana continui a chiamarsi nel nome degli Assetati, che sono le tre figurine di popolani scolpite dal grande Arnolfo, con un linguaggio tremendamente sintetico, opposto quindi ai bitorzoli estrosi quanto gratuiti con cui sono composti i velli dei due animali concepiti di fantasia. Non solo, ma i tre Assetati ci appaiono protesi nel gesto essenziale del bere, inginocchiati, incurvati, trascinati da un accanimento belluino per saziare quel bisogno elementare. Ovvero, Arnolfo si dimostra capace di un movimentismo estremo, quale certo non apparteneva al pur eccellente fondatore di quel grande episodio di plastica innovativa, Nicola Pisano, basti vedere, nella Fonte di sua mano, come i Santi-cariatidi se ne stiano dignitosi ma imbambolati nelle loro pose verticali. Forse il figlio Giovanni, perfetto coetaneo di Arnolfo, in altre sue opere ci appare capace di un'uguale protensione al movimento, ma certo nessuno, in quell'ultimo scorcio del Duecento, poteva reggere al confronto con Arnolfo. Gli fu pari il solo Giotto, che lo raggiunse su quel medesimo traguardo, pur essendo nato un abbondante ventennio dopo. Infatti, se vogliamo trovare nella pittura qualcosa di pari forza sintetica, di pari audacia nella tensione dei corpi, dobbiamo andare ad Assisi, nella grande affermazione giottesca fornita dagli episodi di S. Francesco. Si pensi all'Omaggio dell'uomo semplice, con quella figura che si prosterna ai piedi del Santo, teso nei muscoli, o ancor più al contadino chino anche lui per bere, nell'episodio in cui il Santo fa sgorgare l'acqua da una sorgente scaturita per miracolo, nel che è quasi una traduzione in pittura della mirabile macchina corporea concepita da Arnolfo. Da questi due grandi raggiungimenti non si intravedono soltanto gli esiti più avanzati del naturalismo rinascimentale, e cioè ogni possibile soluzione di una modernità prossima ventura, ma ci si protende a raggiungere il cubismo di Picasso o il primitivismo di ArturoMartini, quest'ultimo autore pure lui di un celeberrimo Assetato. Nulla, nella mostra di Perugia o altrove, poteva essere trovato all'altezza di quella mirabile epifania del corpo umano messa in atto da Arnolfo. Non valeva la pena trasferire dalle nobili collezioni di quello stesso edificio una Madonna con Bambino di Duccio di Buoninsegna, dalla squisita fattura, ma ancora intimidita nello sforzo di balzar fuori dallo schematismo bizantino. Una pessima figura la fa un S. Francesco attribuito a Cimabue, che è mala copia del magnifico S. Francesco affrescato dall'artista nella sua Madonna con Bambino, ancora visibile ad Assisi, Chiesa inferiore. E del resto Cimabue e Duccio, che venivano una generazione prima diArnolfo, ebbero già il loro gran daffare a colmare lo iato che li separava da Nicola, ma rivaleggiando con lui nel proposito di concentrare le forme in una poderosa staticità. Interessanti i medaglioni che provengono dai reperti della plastica concepita attorno a Federico II, per esempio nella mitica Porta di Capua. Ma nel loro caso si tratta davvero di «rinascimento», ovvero l'antichità risorge «tale e quale», portandosi dietro una trasognata aria di eternità fuori del tempo e dello spazio, laddove gliAssetati di Arnolfo si slanciano con bestiale voracia ad afferrare le cose: il moderno, qui, prende un netto vantaggio sull'antico. Non parliamo poi di quel modesto dipinto attribuito a Giotto, recuperato da una lontana sede ungherese: una diafana immagine di donna, laddove, per reggere al confronto, qui Giotto doveva essere rappresentato con forme ugualmente protese ad afferrare la preda.
Arnolfo di Cambio, movimentista moderno
La mostra "Arnolfo di Cambio" si tiene a Palazzo dei Priori di Perugia, sede della Galleria Nazionale dell'Umbria. La mostra si concentra sulla fontana "degli Assetati" scolpita da Arnolfo di Cambio tra il 1281 e il 1305. La fontana è stata restaurata e ricostruita al terzo piano del palazzo. La mostra presenta anche due ciondoli ingranditi, il Grifo e il Leone, che godono di un valore estetico diverso. La fontana è stata restaurata per ricostruire la sua forma originale, che era stata alterata nel corso dei secoli. La mostra presenta anche opere di altri artisti, come Nicola Pisano e Giovanni Pisano, che lavorarono contemporaneamente a Arnolfo.
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