LE periferie urbane giungono finalmente all'attenzione della politica e della cultura urbanistica. Il loro rinnovo rientra nei programmi del governo seppure con risorse quasi simboliche; Renzo Piano vi ha dedicato appositi workshop progettuali titolati simbolicamente "Il rammendo", delle periferie con il centro delle città; il ministero per i Beni culturali le ha inserite nei compiti di una sua direzione generale per affermare il principio che la tutela dei centri storici comincia dalla cura per le periferie che in molti casi li assediano. LE periferie urbane giungono finalmente all'attenzione della politica e della cultura urbanistica. Il loro rinnovo rientra nei programmi del governo seppure con risorse quasi simboliche; Renzo Piano vi ha dedicato appositi workshop progettuali titolati simbolicamente "Il rammendo", delle periferie con il centro delle città; il ministero per i Beni culturali le ha inserite nei compiti di una sua direzione generale per affermare il principio che la tutela dei centri storici comincia dalla cura per le periferie che in molti casi li assediano innescando degrado. Lo stesso ministero, per la prima volta nella sua storia, ha organizzato a Roma una grande mostra sull'edilizia residenziale pubblica in Italia negli ultimi cinquant'anni e, ancora simbolicamente, l'ha titolata "Alla ricerca d'una città normale", confermando così il convincimento che le periferie non somigliano affatto a quartieri di città normali. Sono tutti segnali d'un risarcimento tardivo, ma da accogliere comunque con favore. Le abbiamo costruite male a partire dal secondo Novecento e le abbiamo gestite peggio considerandole solo problemi d'ordine pubblico. Quando le tensioni sociali inevitabilmente esplodono, con automatismo verbale le chiamiamo polveriere: per la loro emarginazione fisica e sociale le consideriamo ghetti. Eppure, ci sono politiche e strumenti progettuali per disinnescare la miccia, esistono anche esempi virtuosi di periferie decorose e non marginalizzate. La cultura urbanistica ha ammesso la propria quota di errori e omissioni, ha preso atto dello sconsiderato consumo di suolo che è andato ampiamente oltre le necessità e progetta oggi il recupero delle periferie negli stessi termini con i quali finora s'è parlato di recupero dei centri storici. Non occorrono nuove costruzioni ma "ricostruire nel costruito" diviene anche per le periferie una sorta di imperativo categorico. In questa direzione si muove l'ultimo libro di Sergio Stenti, FareQuartiere. Studi e progetti per la periferia, edito dalla Clean Edizioni (già presentato al Blu di Prussia in via Filangieri, all'interno degli Incontri di architettura di Elvira Romano; con l'autore c'era Carlo Gasparrini). Docente di architettura e collaboratore da anni di questo giornale proprio sui temi delle periferie e dell'edilizia residenziale pubblica, Stenti delinea il "lungo cammino che richiede la riqualificazione" delle aree degradate, perché lungo è stato il tempo dei progetti sbagliati e nuova è la composizione sociale con migranti e inurbati di etnie e culture diverse. Nulla in comune con i ceti operai, impiegatizi e senzatetto dei decenni trascorsi. Nuovi scenari e dunque nuove strategie che possono ripartire documenta bene Stenti in ventuno brevi saggi e dodici progetti - dai temi della partecipazione, dalla co-gestione della manutenzione, dall'uso degli spazi pubblici, dalla mixité nella composizione sociale degli abitanti, dall'evitare gli interventi di grandi dimensioni che dal Corviale a Roma allo Zen di Palermo al Sant'Elia di Cagliari alle nostre Vele non hanno dato risultati positivi. Hanno funzionato meglio gli interventi di grandezza medio-piccola in grado di accostarsi, infiltrarsi nelle preesistenze edilizie, urbanistiche e paesaggistiche. Lo "stile" e la stessa qualità architettonica con i quali i quartieri sono stati costruiti, dall'organicismo al neorealismo al razionalismo, sono risultati quasi sempre indifferenti al risultato e al gradimento degli abitanti. È il caso proprio delle Vele progetto tra i più interessanti dell'intero Novecento architettonico napoletano che sono state sostituite da "palazzine senza architettura dove gli ex velisti, a quanto si sa, vivono soddisfatti". La cultura architettonica, che talvolta dello stile fa una religione, deve riflettere seriamente e laicamente su accadimenti del genere e anche su episodi come questo: un gruppo di ragazzi dei quartieri Toiano e Monterusciello a Pozzuoli (altri fallimenti insediativi quasi totali) intervistati sulle urgenze più importanti da segnalare, hanno richiesto più bus e treni, soprattutto il sabato e la domenica e fino a tarda ora, per andare a Pozzuoli o Napoli; e poi hanno aggiunto di volere più spazi di aggregazione interni al quartiere che non siano "la solta piazzetta con la solita panchina e la solita aiuola".
LA RIQUALIFICAZIONE DELLE PERIFERIE NEL LIBRO DI SERGIO STENTI
Il governo ha finalmente iniziato a prendere in considerazione le periferie urbane, con programmi e risorse simboliche. Renzo Piano ha dedicato workshop progettuali per migliorare le periferie, mentre il ministero per i Beni culturali ha inserito le periferie nei compiti di una sua direzione generale per tutelarle. Lo stesso ministero ha organizzato una mostra sull'edilizia residenziale pubblica in Italia, titolata "Alla ricerca d'una città normale". Le periferie sono state costruite male e gestite peggio, considerate solo problemi di ordine pubblico. Tuttavia, esistono politiche e progetti per disinnescare la miccia e per ricuperare le periferie.
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