VENGONO tolti alle mafie, ma restano per anni vuoti e abbandonati, in un limbo burocratico e amministrativo, prima di essere restituiti ai cittadini. In città, dove il sistema di riassegnazione è tra i più efficienti e i beni sottratti alle mafie sono quasi trecento metà assegnati al Comune, metà ancora in carico all'Agenzia dei beni confiscati la gestione di questo grande patrimonio di case, palazzi, ville e cascine inizia a diventare complicata. Così come nei piccoli comuni, dove spesso tornano nel perimetro pubblico strutture troppo grandi per essere gestite autonomamente. Da questa fotografia della gestione degli immobili tolti ai clan nasce "Dopo le mafie", un progetto per «la valorizzazione e la gestione partecipata dei beni confiscati», pensato da Circola, associazione che ha messo insieme un gruppo di professionisti che crede in una nuova forma di gestione: un avvocato, un architetto, un comunicatore, un esperto di organizzazione partecipata per coinvolgere i cittadini, un esperto di formazione per lavorare con scuole e biblioteche, ma anche magistrati, giornalisti e rappresentanti delle forze dell'ordine che raccontino la realtà dei clan sul territorio. «Se ognuno fa per sé non si combatte efficacemente la criminalità organizzata, perché da soli si è più deboli, i cittadini hanno paura di impegnarsi, i professionisti impiegati possono non essere preparati», spiega Veronica Dini, avvocato impegnato sui temi ambientali e della legalità, che ha ideato il progetto. «L'idea è di costruire un metodo e una rete di gestione. Per i Comuni è fondamentale sapere innanzitutto quali beni ci sono sul proprio territorio, cosa si deve fare per averli assegnati, quale può essere la destinazione migliore della struttura, con quali altre realtà vicine si può collaborare». Tra i partner del progetto, oltre al Comune di Milano, anche l'architetto Stefano Boeri, il Segretariato regionale per i beni culturali, il Centro studi di giustizia penale dell'università Cattolica "Federico Stella", Transparency international, l'associazione Labsus, che si occupa di gestione di beni comuni. Circola ha vinto un bando di Banca Etica, che selezionerà alcuni progetti e offre una piattaforma di crowdfunding (produzionidalbasso. com), dove è già partita la raccolta fondi. La sperimentazione intanto è cominciata su diversi beni. Due a San Donato, un bar e il negozio accanto. Entrambi sono a Poasco, quartiere con numerosi beni confiscati ai Melluso, storico clan di 'ndrangheta di Vibo Valentia trapiantato al nord. L'idea è di mettere in rete i diversi beni confiscati nel quartiere e connetterli anche con la vicina Cascina Chiaravalle, operativa da tempo. Un altro bene è a Rozzano: una grande villa con giardino, lasciata danneggiata all'interno, come nella peggiore tradizione dei clan che devono abbandonare le strutture confiscate, e vuota da anni. Qui l'associazione vorrebbe realizzare uno spazio per i giovani, raccogliendo le opere d'arte sequestrate alle cosche e trasformando l'immobile in un polo culturale per la cittadinanza.
"Dopo le mafie" Nasce una rete per gestire i beni confiscati
Il progetto "Dopo le mafie" mira a valorizzare e gestire partecipata i beni confiscati alle mafie. Circola, un'associazione di professionisti, ha ideato il progetto con l'obiettivo di costruire un metodo e una rete di gestione. Il progetto ha già iniziato a sperimentare la gestione di diversi beni confiscati, come un bar e un negozio a San Donato, e una grande villa a Rozzano. L'associazione vuole coinvolgere i cittadini e le forze dell'ordine per raccontare la realtà dei clan sul territorio e per trovare una destinazione migliore per i beni confiscati.
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