L'educazione sessuale (quella dialettale napoletana) manca in Soprintendenza. Ci riferiamo all'ufficio retto dall'architetto Luciano Garella, il quale ha chiesto di documentare quando e come le strade di Napoli sono state lastricate con i «sanpietrini» e se fanno parte dell'ambiente urbano tradizionale e intoccabile. Negli uffici di Palazzo Reale evidentemente manca anche la memoria e la documentazione relativa agli altri casi, numerosissimi, in cui si è discusso della necessità di sostituire con l'asfalto i sanpietrini, perché costosissimi, generatori di pericolose buche, produttori di inquinamento acustico e vibrazioni. Visto che son già passati alcuni giorni senza risultati né ricerche in archivio, abbiamo deciso di aiutare il Soprintendente a decidere, con una nostra piccola indagine letteraria dai risultati più che eloquenti. Che c'entra l'educazione sessuale dialettale? Ecco come. I cosiddetti «sanpietrini» (con la «n», visto che trattasi di parola composta e riferita nientedimeno che a San Pietro) a Napoli non sono mai stati chiamati così. Sono stati definiti sempre, anche dai tecnici, e dalle persone perbene, «cazzinpocchi» (anche qui con la «n», parola composta da tre parti che indicano una situazione). Al massimo, negli atti ufficiali e nelle relazioni, venivano chiamati «cubetti». I significati dispregiativi della prima parte della parola composta sono ben noti in italiano e in napoletano. Per la lingua napoletana è il caso di segnalare a Garella e ai suoi funzionari che nel «Dizionario etimologico napoletano» di Francesco D'Ascoli, edizioni del Delfino 1971, c'è la precisa definizione: «piccola pietra di forma piramidale con cui si lastricano le strade» con la significativa aggiunta della inequivocabile etimologia: «riferimento osceno forse dovuto alla forma». Sulla terza parte della parola, relativa al sito in cui di solito va sistemarsi la prima parte, il dizionario tace, a nostro avviso per una «pruderie» che rende l'autore incapace di completare il «riferimento osceno». Per quanto riguarda la tradizione ambientale, ricordiamo a Garella e ai suoi funzionari che i «sanpietrini» presero il nome dalla lastricatura di piazza San Pietro avvenuta nel 1725 ad opera di monsignor Ludovico Sergardi; i cubetti erano di selce lavica proveniente dalle cave sulla via Appia. A Napoli, fin dai tempi degli antichi Greci, si usavano i «basoli», grandi blocchi di pietra vulcanica. Soltanto nel 1925, ad opera dell'Alto Commissario Michele Castelli, incaricato di realizzare edilizia pubblica e sistemare strade a Napoli, arrivarono i «cubetti di porfido» e le «selci alla romana», come li indica lo stesso funzionario nella sua relazione. È lo stesso funzionario a elencare minuziosamente le strade (compresa la Riviera di Chiaia) così ripavimentate; lo si può leggere nella sua relazione riprodotta nel 2006 in stampa anastatica dall'editore Marzio Grimaldi («Napoli Le grandi opere del 1925-1930»), imponente volume curato dall'avvocato e storico Rosario Rusciano, con prefazioni di Pietro Craveri e Alessandra De Martini. Volume che non dovrebbe mancare nella biblioteca della Soprintendenza. Ma forse non c'è, o se c'è non l'hanno mai consultato, visto che il soprintendente sente il bisogno prima di proibire poi di chiedere lumi. Alla fine degli anni '50 il sindaco Achille Lauro volle pavimentare le strade con cubetti provenienti addirittura dall'Alto Adige, suscitando la rivolta dei cavatori di pietra vesuviana e degli scalpellini napoletani privati del lavoro. I divieti di sostituire i cazzinpocchi con asfalto non sono nuovi, e spesso hanno suscitato dure polemiche; che siano divieti assurdi e storicamente mal riposti lo documentammo già sul Corriere del Mezzogiorno del 25 aprile 2012, precisando scherzosamente che i fautori dei cazzinpocchi rischiavano di venire qualificati come coloro che «pensano sempre a una cosa!». Qualche giorno dopo quell'articolo, arrivò il permesso, prima lungamente negato, di pavimentare con l'asfalto la Galleria della Vittoria.