Prosegue la lotta del comitato No Tav Brescia-Verona nel tentativo di contrastare l'arrivo del treno veloce che dovrebbe collegare le due città entro il 2022 (il ministero prevede l'apertura dei cantieri sul Garda la prossima primavera). Mentre c'è attesa per il ricorso al Tar del Lazio (udienza il 9 gennaio) contro la reiterazione del vincolo espropriativo delle aree private e l'assenza di una Valutazione ambientale strategica (Vas), gli ambientalisti hanno presentato un appello all'Unesco, che tutela il laghetto del Frassino di Peschiera del Garda, «perché subirebbe gravissimi danni idrogeologici dalla costruzione della linea Tav, con il rischio che si prosciughi». Novità anche dalla riunione con una ventina di sindaci e amministratori locali tenutasi giovedì al Consiglio superiore dei lavori pubblici: l'ente ha ratificato la necessità di aggiornare il progetto Tav (il primo risale al 1991) alla luce delle nuove norme antisismiche e tecniche (anche in merito alla distanza dei piloni e all'utilizzo dei materiali). Desenzano (presente l'assessore Rodolfo Bertoni) ha chiesto «interventi puntuali per risolvere le criticità per la viabilità» ed «il mantenimento del condotto di scolo che dal sito Unesco del Lavagnone drena l'acqua meteorica verso il rio Venga, affinché quel sito non torni lo stagno che era nel neolitico». Brescia ha ribadito la necessità di modificare il progetto esecutivo del 2003 (con lo stralcio dello shunt), progetto inviso a Desenzano, che aveva proposto (per mano dell' ingegnere ed ex assessore Maurizio Tira, oggi rettore dell'Università) l'alternativa del potenziamento della linea storica «sottoutilizzata». Vero è lo ha riferito l'avvocatura dello Stato che la modifica del progetto rischia di far slittare l'inizio dei cantieri, anche se Cepav 2 e Rif stanno ragionando per lotti (partendo quindi da Lonato). Prima però andranno le migliorie tecniche previste dal Consiglio superiore dei lavori pubblici e votate all'unanimità dagli amministratori presenti.