Ci fu un tempo in cui, per accedere nell'antro del tesoro, era sufficiente la fatìdica frase: «Apriti Sesamo». Oggi invece i tempi sono cambiati, e i moderni cacciatori di tesori non si servono più di parole magiche come faceva Ali Babà, bensì di apparecchiature elettroniche per scoprire metalli e affini sotto la superfìcie o in mare. «Tesoro»: una parola che stimola l'immaginazione. Vi si connettono figure, luoghi e persone che spesso provengono dal mito e dalla fantasia. Eppure monete, pietre preziose, gioielli e beni di ogni genere, quasi sempre abbondanti e senza un apparente proprietario, si celano davvero poco lontano da noi, forse sotto i nostri stessi piedi. L'Italia non scherza: il suo sottosuolo e i mari sarebbero pieni di oro, argento e pietre preziose che attendono solo di essere riportare alla luce. Insomma, dei «tesori» che in tempi di recessione possono costituire un'interessante alternativa di lavoro, pur tenendo conto che il tesoro non appartiene ipsofacto a chi lo ritrova. Quantomeno non tutto. Possiamo partire dal quasi mitico tesoro del re etrusco Porsenna, di cui abbiamo notizia attraverso Plinio il Vecchio che cita Varrone: si tratterebbe di un corredo funebre sepolto con il re nel sottosuolo della città di «Clusium» (Chiusi). Dove si troverebbe questo sito risalente al V secolo a.C. Sempre secondo Plinio non sarebbe difficile riconoscerlo poiché: «sulle fondamenta si alzano 5 piramidi (...) sulla cima, ognuna reca un disco di bronzo a cui pendono campanelle che risuonano ad ogni alito di vento»... Tra l'altro, a Chiusi c'è chi sostiene che il sarcofago del re etrusco sia costituito da un cocchio d'oro di grandi dimensioni e finemente decorato. Il sito sarebbe raggiungibile attraverso un non «labirinto» che fu scandagliato anche da Leonardo da Vinci. A Castel Bolognese si troverebbe invece l'immenso patrimònio nascosto da Stefano Pelloni (1824-1851), alias «Passator Cortese». Sulle sua gesta la fantasia popolale si è sbizzarrita creando leggende che affascinano locali e turisti. In questo florilegio di miti troviamo anche quello del tesoro costituito dai tanti bottini che Pelloni in pochi anni di attività fu capace di raccogliere. Ma saliamo al nord, non lontano da Como, a Dongò dove si favoleggia ancora oggi sull'«oro» (in realtà costituito da 1 miliardo di lire e altre valute, oltre a 103 chili d'oro) che era al seguito del Duce in fuga. Se tanta ricchezza sia finita nelle casse del Pci, nelle tasche di abitanti del luogo, o sia in fondo al lago, è un mistero. Quella dei tesori sommersi è una storia in cui il mito e le leggende si sono conformati fino a costruire un universo ricco d'inestinguibile vitalità. Ad esempio, al largo di Albenga, in Liguria, c'è il relitto di una nave romana da cui sono giunti importanti reperti; anche l'arcipelago dell'Elba ha restituito tesori archeologici, come la nave scoperta nel 1982 davanti all'isola del Giglio. Numerosi i relitti intorno alle coste della Sardegna. Uno tra i punti che gli esperti considerano più importanti si troverebbe nei pressi dell isoletta di Spargi, dove si trova una nave romana affondata nel II secolo d.C. Scendendo verso sud ecco Baia, in Campania, dove riposano alcuni relitti greci e romani. Molto ricca di tesori sommersi la Sicilia, in particolare il mare di Gela, l'isola di Lipari, Punta Scaletta. Nel mare di Avola sarebbe affondata nel XVI secolo una galea carica d'oro e d'argento: nessuno è ancora riuscito a rintracciare quell'ambito carico. Nessuna traccia anche di un altro tesoro la cui entità resta un mistero: quello trasportato sul piroscafo «Poi-luce» che nel 1841 allargo dell'isola d'Elba fu speronato dal vascello postale «Mongibello». Sembra che le sue stive contenessero notevoli quantità di oro e argento, forniti da nobili russi con interessi nell'unificazione della Penisola: un tesoro per finanziare i carbonari. Nel 2000 un gruppo di cacciatori di tesori inglesi si è immerso portandosi via un bel po' di gioielli e monete dalla carcassa del «Polluce»: quei beni sono poi finiti all'asta a Londra, ma Scotland Yard ha recuperato la refurtiva. Nell'area di Ventimiglia si troverebbe invece il tesoro dei Saraceni, frutto delle razzie compiute tra il IX e il X secolo, e che interessarono le coste della Francia, Liguria e Piemonte. Spostiamoci a Cosenza dove si troverebbe la tomba di Alarico che, dopo aver guidato i Visigoti in Italia e saccheggiato Roma per tre giorni, morì nel 410. Nella sua tomba vi sarebbe un ricco corredo cui anelano appassionati archeologi e... tombaroli. Secondo il parere degli esperti il sepolcro andrebbe cercato nel territorio di Mendicino: si dovrebbe scavare nei pressi di una grande croce scolpita nella roccia. Se la tesi si rivelasse esatta, vorrebbe dire che Alarico non fu seppellito sul Busento, come sempre si è ipotizzato, ma in un altro luogo, comunque all'indomani del sacco di Roma. In effetti va oggettivamente constatato che è poco razionale immaginare che gli uomini di Alarico, alla morte del loro sovrano, abbiano deviato il Busento, scavato una fossa nel letto del fiume, quindi seppellito il re con il suo tesoro e poi ripristinato il normale corso delle acque. E per restare in tema di barbari: ricordiamo che si favoleggia anche intorno al presunto tesoro di Federico Barbarossa che avrebbe lasciato da qualche parte nei pressi di Stradella una serie di forzieri contenenti il frutto della sue imprese in Italia. Pure l'iniziatore del regno feudale nell'Italia del Nord, Berengario marchese del Friuli, aveva una particolare sensibilità nell'accumulare tesori altrui: si dice che ne nascose in varie parti del nostro Paese. L'unico che dovrebbe avere qualche attendibilità si troverebbe nei pressi di San Leo. All'inizio del XIV secolo, Valsesia e Biellese furono travolte dalle imprese dell'eretico Fra Dolcino che seminò il terrore non solo tra i membri del clero ma anche tra i contadini, che spesso furono vittime della sua furia distruttiva e delle sue razzie. Aveva stabilito il suo ultimo rifugio alla cosiddetta «Parete Calva», posta tra Rassa e Campertogno, dove si era asserragliato con i propri fedeli. Qui, narrala tradizione popolare, avrebbe sotterrato molte delle ricchezze accumulate: un vero e proprio tesoro che però non venne più rinvenuto poiché nel marzo 1307 Fra Dolcino e i suoi collaboratori furono arrestati e condannati al rogo.