Per proteggere il Gigante non servono occhi elettronici o sosfisticati sensori. Occorre ripristinare la cancellata secentesca che alla fine dell'800 venne smantellata per dare una ventata di libertà alla piazza: solo così il Nettuno sarà in salvo dagli scalatori pacifisti (è il caso della bandiera della pace issata sul tridente sabato scorso), dai tifosi urlanti, dai manifestanti di qualsiasi fede e religione che usano il monumento per accreditare le loro ragioni. Scusate, lo sfogo: ora che l'ho scritto mi sento meglio. Ah! Mi preoccupa il fatto di incitare a uno strumento di tortura nei confronti di una meraviglia del '500, tre metri e venti centimetri di bronzo, 22 tonnellate di puro ingegno del fiammingo Jean de Boulogne, italianizzato in Giambologna. Mi preoccupa doverlo intravvedere tra le sbarre su quel basaménto marmoreo costruito dal palermitano Tommaso Laureti, contornato da Najadi dai seni zampillanti e da putti giocondi, senza potermi avvicinare o sfiorare i marmi venati di giallo antico e di rosa. Mi dà l'impressione ai pensare a uno zoo, che custodisce un esemplare raro e nello stesso tempo lo pone dietro le sbarre. Lo separa dalla gente e dalla città. Lo reclude. Lo intristisce e avvilisce. Ma è avvilente anche constatare che non sappiamo godere la meraviglia di una statua del 1563, orgoglio di un papa (Pio IV) e di una città, esempio di quel Rinascimento che tutto il mondo ci invidia. Non sappiamo meritarci la fortuna dì non avere a disposizione una copia (lo sono il Marc'Aurelio in piazza del Campidoglio a Roma e il Davide di Michelangelo davanti al Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria a Firenze) ma l'originale ancora lì, verissimo, sublime. Per questo permettiamo ai turisti maleducati (più italiani che stranieri) di sedercisi sopra con zaini e scarponi e agli studenti di scrivere con il pennarello sui suoi bordi di marmo parole d'amore (nel migliore dei casi). D'accordo, dirà qualcuno: ma danneggiare un monumento avrà pure la sua punizione prevista dal codice penale o no? Sì, in teoria: perché l'articolo 635 c.p. (danneggiamento aggravato) stabilisce fino a quattro anni di reclusione per chi si diverte a strappare pezzi di statue o a divellere putti cinquecenteschi come fossero seggiolini di plastica dello stadio. E' poco e poi, soprattutto, è una pena assolutamente virtuale e ìnapplicata. Anche le furie degli anni Novanta, che in nome del basket addentarono il sacro bronzo giambolognesco e che fecero gridare al ripristino della cancellata (con tanto di progetto naufragato in qualche riunione di giunta delle passate amministrazioni), durarono il tempo di un canestro. Il Nettuno va salvato dalla normalità.
Nettuno in gabbia, se non sappiamo amarlo
Il testo discute la protezione del Nettuno di Palermo, una statua del 1563 di Giambologna. Il testo sostiene che il monumento non richiede occhi elettronici o sensori sofisticati per essere protetto, ma solo la ripristinazione della cancellata secentesca che fu smantellata all'inizio del XX secolo. La cancellata è stata richiesta per proteggere il Nettuno dagli scalatori, dai tifosi e dai manifestanti. Il testo esprime preoccupazione per il fatto che il Nettuno sia esposto in un basamènto marmoreo senza poter essere toccato o sfiorato. Il testo constata che non si sa godere la meraviglia della statua e che non si sa meritarla come esempio di Rinascimento.
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