SE LA condizione napoletana, e la vita nella nostra città, assomigliano ormai a un percorso minato, e per molti ormai a un'angosciosa e ansiosa corsa verso l'uscita, non abbiamo da sorprenderci troppo degli atteggiamenti vagamente schizoidi che quasi giornalmente ne caratterizzano le scelte, le non scelte, l'immobilismo sostanziale della sua immanenza. Tali sono gli annunci e le smentite, le promesse e i tradimenti, i proclami e le azioni contraddittorie che senza interruzione ci piovono addosso, privandoci talvolta anche della speranza. Così, nell'arco di due settimane, vediamo il progetto del "waterfront" smentire nel modo più clamoroso la cosiddetta pedonalizzazione dell'area di piazza Municipio, i concorsi di Bagnoli dichiaratamente aperti alla partecipazione di tutti essere concepiti di fatto per società di progettazione multinazionali (e non ci convince l'ottimo presidente della Bagnolifutura Spa, quando lamenta che con queste leggi non avrebbe potuto fare di più che indicare l'obbligo di cooptazione di un paio di giovani in ogni gruppo: le leggi non impongono i limiti curriculari e di fatturato che si sono letti invece neibandi di concorso, e che sono la vera sostanza del blocco effettivo di ogni partecipazione giovanile); il progetto del tunnel Acton passare da un preliminare all'altro senza uno straccio di conferenza dei servizi che superasse preliminarmente, appunto le inevitabili contraddizioni e difficoltà; i pontili di Mergellina essere impiantati con sedicenti autorizzazioni, poi revocate quando gli stessi erano già in carte a mare. ERGELLINA essere individuata come sede di un porticciolo turistico dal nostro vicesindaco e sede di "balneazione urbana", come ha già fatto a via Caracciolo, dall'assessore all'Ambiente; la questione rifiuti essere apparentemente avviata a soluzione, per ripiombare ancora una volta (chi è in grado dare una data certa alle nostre estati al profumo di monnezza bruciata?) nel caos più irresolubile, con discariche sequestrate, proteste stradali, interi quartieri abbandonati al "fai date". Eppure in questi anni, e più ancora in questi mesi, non si può dire che la pubblica opinione non sia stata sensibile, consapevole e partecipe, almeno nelle forme che il sistema consente (e talvolta non tollera, come nel caso Albanese). Dunque vi è una sordità strutturale, da parte di ogni livello della pubblica amministrazione, che si può spiegare soltanto con l'intrinseca se-paratezza e autoreferenzialità nella quale si coltiva e prospera l'attività politica napoletana. Una separatezza che non porge ascolto e difende il proprio operato con i generici argomenti del fare ("abbiamo fatto il possibile", "è facile criticare, difficile fare"), mentre è in discussione proprio la capacità di tradurre in operato sensibile i segni di tante occasioni d'infelicità urbana. Prendiamo il caso del tunnel, quasi esempio emblematico. Si decide (da parte di chi, con quali concertazioni, secondo quale programma d'interventi?) chela disponibilità di 50 milioni di euro consentirà la realizzazione di un tunnel che avvii la pedonalizzazione dell'area, dopo avere già tentato un progetto poi rientrato di rialzamento della piazza Municipio, fino a nascondere le basi delle torri di Castelnuovo; com'è pessima tradizione amministrativa, non si avvia la valutazione preliminare del costo dell'opera, preordinando successivamente i finanziamenti necessari, ma si subordina il progetto alla disponibilità attuale; si affida direttamente lo studio preliminare a una delle società di progettazione europee più note, allo scopo di garantirsi un risultato di efficienza nei tempi brevi richiesti dalla politica; ma il tempo delle indagini e delle prospezioni non c'è, né la pubblica amministrazione ha ritenuto di doverle preordinare preliminarmente: il risultato è un progetto monco, pieno di insidie di rischio (primo fra tutti quello economico, come denunciato dalla stessa Ove Arup), che si è subito costretti a ridimensionare per la sua conflittualità con le istanze paesistiche e ambientali e che nella sua attuale configurazione non convince neppure chi lo vorrebbe, come chi scrive, utile ed efficiente, allo scopo di drenare almeno il 3540 per cento del traffico verso il sistema autostradale esterno. Nel frattempo, qualcuno si ricorda niente di meno del sindaco Lauro. E c'è chi da una parte rammemora che egli "ha fatto" tante cose per Napoli (ed è menzionata persino la rovinosa pavimentazione delle strade, dove il clinker sostituì gli storici basoli, prima ancora della lava dell'Etna, ma con la stessa improvvidenza) dall'altra c'è chi vorrebbe consacrare alla sua memoria addirittura la piazza Municipio, oggetto di una delle sue decisioni subitanee, in barba a tutte le regole, i pareri preventivi di norma e quant'altro di democratico costume. Certo, abbiamo la nostra storia, purtroppo, anche se molti di noi l'avrebbero voluta diversa. Ma non vorrei che - memori del celebre detto, secondo cui chi ignora la propria storia è condannato a riviverla fossimo talmente maldestri da celebrare anche il peggio di essa, per il semplice fatto che "è stata". Altrimenti, sarà il caso di cominciare a pensare non solo di lasciare la città cosa che sembra diventata un pensiero collettivo ma anche di rimuovere e fare emigrare con noi la toponomastica che ci è cara, i monumenti che vanno in malora, le famiglie dei nostri artigiani, e quant'altro di salvabile e meritorio vi è certamente, per lasciare più posto agli scippatori, ai clan camorristici, alla mafia, all'aggressività plebea, al sopruso quotidiano di ogni specie di prepotenza metropolitana. Forse una città così fatta giustificherebbe finalmente qualche azione più concreta, oppure consentirebbe quella svolta, verso passati fasti, che l'inazione e la superbia politica sembrano inconsapevolmente preparare, suggellando il citato detto con un'altra verità: perché la storia ritorni è sufficiente averla dimenticata.