POMPEI antica era, certo, una città commerciale, più attenta ai negotia che agli otia, più sensibile agli affari che al riposo, allo studio, alla lettura e all'arte. Eppure, la Domus dei Mosaici geometrici appena riaperta al pubblico racconta di una comunità che non disdegnava lusso e agiatezze. Una Pompei dove ricchi esponenti dell'aristocrazia urbana ambivano a costruire le proprie dimore nei posti più panoramici, così come avveniva nelle vicine Stabiae, Sorrento e Capri, e come era uso lungo tutto l'arco del golfo di Napoli, da Ercolano passando per Posillipo per arrivare fino a Baia. Impressiona per le sue dimensioni la casa che con i fondi del Grande progetto Pompei torna visitabile «dopo un lungo oblio», sottolinea il direttore generale della Soprintendenza Pompei, Massimo Osanna. «Era un palazzo in città - spiega l'archeologo - con architetture innovative, giardini pensili, terrazze, impianti ipogei e terme, un complesso di altissimo livello con vista su Capri, che allora come oggi era un must ». Una domus quasi interamente ricoperta di mosaici pavimentali, con raffinati motivi geometrici a tessere bianche e nere: un labirinto con al centro una sorta di scacchiera, un rosone, figure floreali con raggi, e il corridoio di ingresso dalla strada ricoperto a losanghe, a imitazione di un tappeto. E non era cosa da tutti potersi permettere mosaici in stanze e porticati: colpiscono quelli dei cubicula, le stanze da letto, che si aprivano sull'atrio, a piano terra: il disegno delimita lo spazio destinato ad accogliere il letto, tracciando davanti una sorta di scendiletto. «I mosaici erano in condizioni drammatiche - spiega Osanna così come è stato necessario rifare tutte le coperture realizzate nei decenni scorsi col cemento che poi nel corso degli anni ha provocato infiltrazioni. La casa fu scavata nel 1826, c'erano pitture di altissimo livello che, purtroppo, lasciate a cielo aperto sono scomparse. Ripresentiamo con grande orgoglio questi mosaici che raccontano un pezzo di storia di artigianato pompeiano e romano tra II secolo avanti e I secolo dopo Cristo». L'altro pezzo di città dal quale scompaiono le transenne è quello degli Edifici municipali, nel Foro. Siamo a pochi metri dalla Casa dei Mosaici geometrici, nella Regio VIII, nella parte meridionale del Foro dietro il colonnato: si riconoscono tre grandi sale absidate dove aveva sede l'amministrazione municipale. «Qui nel Tabularium - spiega l'archeologa Caterina Cicirelli - l'archivio, si conserva la pavimentazione in lastre marmoree. Abbiamo condotto saggi archeologici che hanno fatto emergere un edificio di VI secolo avanti Cristo con blocchi di pappamonte e spazi utilizzati anche per lavorazioni artigianali ». A seguire, la Curia, sede del Senato locale, e infine la sede dei Duoviri, i sindaci della città romana. Oltre la Via delle Scuole riaperto il Comitium, dove si svolgevano le votazioni. Osanna annuncia entro l'anno l'esposizione nelle stanze della Casa di Championnet dei frammenti di affresco e degli oggetti rinvenuti negli scavi. «Per la prima volta stiamo utilizzando per coprire questi ambienti rivestimenti esterni in Corian, pratici ed eleganti, la stessa tipologia di materiale impiegata da Zaha Hadid per la stazione di Afragola». E se il 2 dicembre il ministro Dario Franceschini tornerà a Pompei per inaugurare il percorso "Pompei per tutti", dedicato a chi ha difficoltà motorie, il direttore promette di liberare dalle impalcature per Natale il Tempio di Giove sul Foro. E confessa: «Aspettiamo Bob Dylan a Pompei, ce lo auguriamo per riproporre l'Anfiteatro come sede di grandi eventi della cultura pop contemporanea. Sarebbe bello avere Dylan negli scavi...». In mattinata Osanna aveva ricevuto il sindaco di Castellammare, Antonio Pannullo, il suo vice Andrea Di Martino e l'assessore Pino Rubino: licenziato il testo dell'accordo per portare alla Reggia di Quisisana il Museo archeologico di Stabiae e una Scuola di alta formazione in archeologia. La giunta comunale di Castellammare domani approverà la delibera da sottoporre poi al voto del Consiglio comunale. A dicembre la firma ufficiale della convenzione che dopo 20 anni dovrebbe dare finalmente una funzione culturale al Quisisana al servizio dell'archeologia vesuviana e meridionale.