Viviamo in un tempo da consumare frugalmente, dove l'informazione e la sua elaborazione sono artificialmente inframmezzati da distrazioni (tanto la natura è tutta da inquinare): così è l'inizio deprimente della nostra cultura "post-moderna e post-human", in cui tutto intorno è alienazione e omologazione. Proprio laddove in democrazia si voleva dare più libertà ed esaltazione e particolarità all'individuo, tanto più, con un eccesso d'informazione e di visibilità (in accredito della sincronia alla moltitudine mondiale), lo stesso individuo inverosimilmente si confonde e si anonimizza. L'odierne mente-massa e volontà-massa della nostra cultura massmediologica, sono così amorfe che dirigono il loro metro di giudizio solo sulla quantità e sulla ripetizione; concetti questi della sicurezza decorativa e produttiva del nostro buon senso borghese, evoluto ma stanco, nonché incapace di farsi guidare dalla creatività, perché ignorante di spiritualità. In cosa si sono trasformati i musei, oggi? I musei sono, da sempre, la memoria della buona coscienza, inadempiente perché privata di valori estetici, o del principe o della democrazia statale. Come nella moda non abita più l'eleganza (nella cultura della mondanità, la moda degli acclamati stilisti è sempre un buon termine di paragone), così nei musei di arte moderna e contemporanea, non si appende più la bellezza. Come è successo per le chiese, l'unico vero sforzo economico che assessori e amministratori fanno, è sulla scatola muraria: come un buon abito del famoso stilista, così l'architettura per il museo è già il suo battesimo di successo. Il museo deve essere già griffato, poi per l'arredo interno vedremo, spesi i soldi per costruire o ristrutturare il museo, all'estero e in Italia, oltre alle idee mancano i soldi per fare una vera collezione e la formula più facile è un comodato con i collezionisti. Chi ha inventato la critica d'arte? Prima c'era la storia della vita dell'artista, dei suoi canoni e della sua tecnica, da Plinio il Vecchio a Vitruvio, da Cennino Cennini a Lorenzo Ghiberti, fino a Vasari e ancora più tardi agli estimatori di Delacroix. Facciamo un salto nel Novecento e si arriva ad Apollinaire, Breton e Aragon, dove, con le avanguardie, si inizia a fare politica di gruppo, a difendere i movimenti per ideologie; dove artisti e critici si schierano, facendosi scudo con i manifesti artistici (futurismo contro dada, surrealisti contro cubisti, ecc...). Si arriva cioè al desiderio malizioso di controllare i piaceri del pubblico, alla preconfezione delle avanguardie, al marketing del gusto delle masse anche se disprezzate, alla bellezza come prodotto per il migliore offerente, al package stilistico: per scandalizzare, scioccare, combattere il borghese, sedurlo e farsi poi conquistare a sua volta dallo stile di vita della sua vittima. Il decorativo è il pensiero del borghese: decorativo è quel segno senza più radice e con una data di scadenza. Fino ad arrivare all'ultima parte del secolo dove la borghesia è produttrice d'arte d'avanguardia che naturalmente è solo decorazione azzardata o spot pubblicitario della propria vacuità, perché il borghese non ascolta la natura, l'uomo, l'anima, ma è trascinato dalla sua potente macchina da soldi. Quindi un'arte preventiva, come una guerra preventiva, per globalizzare il consenso in direzione di un appiattimento di coscienze sul modello unico di visione verso il basso (materialismo), perpetrando così l'imbroglio economico e poetico. Critico d'arte, o direttore di museo, si nasce o si diventa, lo si fa o lo si è? Certo, è un bel mestiere, al di là di ogni budget, al di là di ogni vera spiegazione morale, al di qua di ogni tangente; il critico d'arte, passando da funzionario statale a direttore di un museo d'arte moderna e contemporanea diviene lo stilista del gusto sociale: lo sciamano dell'estetica del vuoto a perdere e dell'idea capitalistico-consumatrice, l'imbonitore e il fac-cendiere: un lavoro non da statista ma da statìstico. Il gioco, per il novello direttore 'lacché", è facile: si sceglie qual è la galleria e quali i mercanti più potenti che sicuramente con i quali conviene esporre (in assenza di valori storici o politici o religiosi), facendoli diventare cavalli di razza drogati di queste congreghe "del trend". Così facendo, e riverendo il dio mammona, s'impongono il giusto artista o l'artefatto, nelle vaste e bianchissime e silenziose sale delle laiche cattedrali, con proprie avanguardie, proprie accademie e il proprio sciocchezzaio eccentrico e convenzionale. Mi si dirà che questo meccanismo si è sempre ripetuto nel passato e nella storia dell'arte; certo, solo che ai bei tempi, l'arcaico e violento mecenate, principe o Papa, erano molto spesso i portatori di uria cultura umanista a tutto tondo, avevano uno spirito fideistico ardente, un bisogno irreversibile di trascendenza e sublimazione amorosa che i nostri tempi (rumorosi, dettati dalla velocità, dalla cultura parcellizzata, dal vizio incarnato telematico, dall'hobby di un gusto qualsiasi, dalla meccanica delle arti in remake) non hanno. Ecco come l'asettico spazio di uno degli innumerevoli e notori musei consacrati a templi d'arte, accattivante, grazie al gusto eccentrico della borghesia, si riempie di soliti autori, con il solito stile, codificati e omologati intemazionalmente, ma mai di autori con solitarie poetiche e non riveriti dai businessman della scena dell'arte. Ci sono però alcune eccezioni: i musei privati, a volte voluti e realizzati dagli stessi artisti, come quelli di Mirò e Tàpies o come quelli di Burri e Manzù o come quel bell'esempio a Basilea, voluto dal collezionista e mercante svizzero Ernest Bayler, progetto di raffinatezza e spiritualità, definito dall'architettura di Renzo Piano; i quadri sono messi in relazione alla luce naturale che piove dall'alto, in alcune prospettive le opere si confondono con la campagna e con i giardini dì sfondo, in alcuni casi i! pavimento è sullo stesse piano dell'acqua di un la ghetto di ninfee e di rose mentre al centro di alcune sale, per atmosfera animica, campeggiano sculture rituali africane.