È DAVVERO singolare il progetto di riallestimento che il direttore Eike Schmidt ha in mente per la Galleria degli Uffizi. Innanzitutto per il metodo con cui egli ha deciso di farlo conoscere. La politica degli annunci, che è il carattere saliente del nuovo storytelling politico, stinge ormai su tutti gli aspetti della vita del Paese: tutto si annuncia prima di averlo fatto, anzi prima di averlo pensato. .A non è serio che a questo discutibile metodo si allinei anche quello che dovrebbe essere soprattutto un serissimo istituto di ricerca. Un grande museo pubblico avrebbe il dovere di comunicare soltanto decisioni meditate, saggiate nel fuoco di un vero dibattito scientifico, sostenute da studi solidi. Invece, in questo caso abbiamo lanci di agenzie, interviste e un articolo del direttore, apparso su queste pagine, per la verità assai vago, e parzialmente contraddittorio con ciò che si era appreso in precedenza. Quel che è peggio, mi risulta con certezza che Schmidt non abbia non dico discusso, ma nemmeno sollevato, il problema della uso le sue parole «rivoluzione degli spazi» in seno al Comitato scientifico: che, certo, è un organo consultivo, ma che proprio per questo andrebbe ampiamente consultato, anche perché nei suoi ranghi si contano studiosi di prim'ordine. E, d'altra parte, se quel comitato non viene coinvolto nemmeno nella metamorfosi del museo stesso, a cosa mai potrà servire? Proprio a causa di questa singolare strategia di comunicazione è difficile ora intervenire nel merito: non si possono giudicare le intenzioni. Anche per questo, la prima domanda che sale alle labbra è del tutto preliminare: ma è proprio sensato che ogni direttore rifaccia il museo che gli è affidato? Si possono naturalmente dare giudizi diversi sull'allestimento di Antonio Natali (personalmente non ne sono mai stato entusiasta), ma certo esso è recentissimo, ed organico: in questi tempi di crisi non sarebbe più saggio, oltre che più umile, rispettarlo, e concentrarsi invece sulle questioni più urgenti (per esempio: la costruzione di una comunità di conservato- riricercatori che renda gli Uffizi un vero museo)? Suona davvero incomprensibile (oltre che gratuitamente offensiva) la dichiarazione di Schmidt di voler «abbandonare finalmente il sistema della galleria auto-grill con ingresso unico e percorso obbligato, e consentire ai visitatori di ritagliarsi su misura la loro esperienza agli Uffizi». Vedremo verso quale obiettivo punteranno questi Uffizi 'sartoriali': se andranno verso percorsi più eloquenti sul piano storico e artistico, o più coerenti su quello della filologia storia della galleria, sarà comunque un bene. Ma sarebbe davvero inaccettabile costruire invece gli Uffizi 'a due velocità', con un biglietto-feticci che consenta al grosso del pubblico di fare quello che il Louvre si è sempre rifiutato di fare con la Gioconda, e cioè assecondare, o peggio cavalcare, lo smantellamento della conoscenza e il trionfo della morbosità ignorante. E non sembri una posizione elitarista: perché davvero non c'è nulla di meno democratico che negare al grande pubblico la possibilità di accedere alla cultura, condannandolo invece a subire la dittatura del marketing. Gli Uffizi devono essere un luogo in cui si cresce, non un luogo in cui si consuma: e nei prossimi mesi capiremo se Schimdt è più fedele alla sua vocazione di ricercatore o ai diktat della mercificazione di Franceschini. Finora gli annunci non paiono incoraggianti, ma spero ardentemente di sbagliarmi.