Viene presentato domani alla Fondazione Benetton un volume con le segnalazioni dei "luoghi di valore" nel Veneto minacciato Troppo cemento in pianura intorno al Piave, provincia di Treviso. Che l'intasamento abbia raggiunto livelli di nausea lo dicono inedite scritte di protesta sui muri e le tangenziali. «Basta capannoni», campeggia in vernice spray nella terra di Andrea Zanzotto, che morì nel villaggio natio lanciando anatemi contro le fabbriche che gli avevano rubato l'incantevole paesaggio dell'infanzia. Non è dunque un caso che proprio in quella provincia, una delle peggio urbanizzate del Pianeta (per descriverla s'è dovuto usare l'eufemismo "città diffusa"), un centro studi come quello della Fondazione Benetton abbia lavorato al censimento dei "luoghi di valore" attraverso le segnalazioni degli abitanti e abbia raccolto il tutto in un volume dallo stesso titolo (domani alle 17.30 la presentazione nell'auditorium di Palazzo Bomben a Treviso), che non elenca ville venete, statue famose o monumenti, ma prati, osterie, chiese parrocchiali, piccoli musei, ponti, vigneti o torrenti di risorgiva nei quali un pezzo di Veneto ha scelto di riconoscersi. «Un paese ci vuole scrisse Pavese se non altro per il gusto di andarsene via». In un mondo di abbandoni e popoli rimasti senza casa per ragioni economiche, guerre, terremoti, inondazioni, spaesamento o semplice inquietudine migratoria, è diventato sempre più importante accostarsi al mistero delle radici per definire le ragioni dell'appartenenza. Lo mostrano la Convenzione europea del paesaggio, l'impegno dell'Unesco per la salvaguardia dei patrimoni immateriali e quello del Consiglio d'Europa per valorizzare le eredità culturali. C'è da tempo nell'aria qualcosa di nuovo, ma ancora non si è messo a punto un metodo di lavoro comune, e rari sono gli esempi di osservatori del paesaggio ben riusciti. Lo stesso Oliviero Toscani e Salvatore Settis s'erano imbarcati nella sfida, lasciando però il lavoro in sospeso, anche per mancanza di continuità nel rapporto col territorio. In questa sperimentazione si è inserita la Fondazione dando vita, già nel 2007, a un osservatorio popolare, che si è voluto restringere alla provincia proprio per interagire meglio col tessuto abitativo. Sei anni di lavoro, un bando pubblico, settecento segnalazioni. In definitiva, un tentativo di misurare il valore dei luoghi attraverso la gente. Mesi fa, da quelle parti, a Pieve di Soligo, mi fecero la domanda giusta. Volevo andare a cena in un posto bello oppure in un posto con un'anima? Scelsi, neanche a dire, il secondo. Ebbene, sono esattamente i luoghi con l'anima quelli che emergono dallo zibaldone trevigiano. Cose che non stanno in nessuna guida, come la chiesa di San Teonisto nell'ex Filanda Motta di Mogliano Veneto, o il favoleggiato "Bosco dell'uomo senza desideri" a Roncade, spazio recintato di dieci ettari abitato fino a ieri da un eremita che vi si trincerò per vivere dei soli frutti della sua campagna. Settecento indicazioni motivate vogliono dire settecento sentinelle sul territorio, cioè una massa critica che si fa movimento, impegno popolare per la salvaguardia delle radici spesso minacciate proprio da chi agita la bandiera dell'identità. Il Trevigiano non è solo la terra di Zanzotto, ma anche del governatore del Veneto, Luca Zaia. Il quale ha appena lanciato con clamore una bella legge contro il consumo di suolo che poi, nei fatti, consente ampliamenti di volumetrie oltre la decenza. È dunque significativo che proprio dal Trevigiano parta un segnale forte di difesa del paesaggio. Un segnale che ha già dato i suoi frutti, offrendo un ombrello protettivo a molti dei luoghi censiti. Una sorpresa, per un tempo in cui la percezione della geografia sembra inghiottita dallo smartphone e la perlustrazione del territorio erosa dal dilagare dei viaggi virtuali.