L'architettura del Movimento Moderno in Italia ha una lunga tradizione di studi dedicati all'architettura «popolare» o «spontanea» europea maturata su due fronti: quello che guarda agli insediamenti di piccola scala nel loro processo culturale e sociale di costituzione e nei modi concreti di costruire o meglio di autocostruirsi, con i materiali e le tecniche delle culture dei luoghi. E in genere questa prima categoria è connessa alla produzione agricola o alla presenza dell'acqua, con piccoli insediamenti di origini antiche, religiose o meno, con sviluppi legati al mutare dei climi e degli eventi storici, ed alle loro localizzazioni su terreni accidentati. Il secondo fronte è invece connesso allo sviluppo, pianificato o meno, che muove soprattutto (anche se vi sono importanti eccezioni) dall'inizio dello sviluppo massiccio dell'era industriale alla fine del XVIII secolo e dalla possibilità di lavoro offerte dalla città vicina. Naturalmente non mi riferisco qui alle periferie delle città africane e coloniali, né agli sviluppi nei nostri anni delle periferie del Terzo Mondo. Questa tradizione è stata ripresa (sempre in Italia) negli anni Trenta da Giuseppe Pagano con il suo celebre libro sull' Architettura rurale italiana e poi dai quartieri popolari pianificati degli anni Trenta, e poi con la ricostruzione nell'immediato secondo dopoguerra, ma anche con le proposte offerte dalla cultura olivettiana della rivista «Comunità», e con l'importante concorso dei migliori architetti razionalisti italiani dai movimenti del neorealismo architettonico. Tutto questo caratterizzato poi dalle tesi della «partecipazione» proposte da Giancarlo de Carlo e dall'Università di Architettura del Mit di Boston, con lo speciale connotato dalla collaborazione diretta nella concezione del progetto insieme ai futuri abitanti delle periferie per il miglioramento e persino per il loro impianto complessivo. Credo che sia proprio su questa tradizione che si innesti la tesi del «rammendo» delle periferie di Renzo Piano che non va in alcun modo sottovalutata, anche perché ha risollevato il tema generale dello stato disastroso di molte periferie e della loro condizione monoclasse e con scarsi servizi cioè di un insediamento che non può certo essere definito città. Il libro di Renzo Piano e dei suoi collaboratori per le possibili modificazioni del quartiere Giambellino (che si intitola G124 , edizioni Skira) è un primo passo importante per riaprire la discussione politica assai più che architettonica, sempre oscurata, sul dramma delle periferie delle città dei nostri anni, in coerenza con la lunga tradizione che ho prima descritto. Forse però è al modello città, in tutta la sua grande variabilità di crescita storica, pur con tutte le sue incompletezze, che sarebbe necessario guardare, ben consci che non è possibile fingere con una ricostruzione la storia di un insediamento urbano con la ricchezza e le colpe di tutte le modificazioni nel tempo. È invece all'idea della sua mescolanza sociale e funzionale che sarebbe necessario guardare come obbiettivo, cioè ponendo, almeno per quanto riguarda l'architettura, le condizioni perché le periferie si trasformino in una parte di città. Naturalmente le grandissime devastazioni dei terremoti che hanno distrutto una parte degli insediamenti del centro dell'Italia in questi mesi pongono problemi assai diversi, negli esiti e nei metodi, nella «ricostruzione» dei villaggi e delle loro microqualità sia architettoniche che sociali, per i quali si tratta (evitando gli errori dell'Aquila) di discutere un loro nuovo modo di risorgere, senza negare la propria storia.
Restituire la luce ai luoghi oscurati. Una sfida per l'architettura di oggi
L'architettura del Movimento Moderno in Italia ha una lunga tradizione di studi sull'architettura popolare o spontanea europea. Questa tradizione si divide in due fronti: uno legato alla produzione agricola e alla presenza dell'acqua, e l'altro allo sviluppo pianificato o meno delle città industriali. Negli anni Trenta, Giuseppe Pagano riprese questa tradizione con il suo libro sull'architettura rurale italiana. Negli anni successivi, la cultura olivettiana e il movimento del neorealismo architettonico offrirono proposte per la pianificazione dei quartieri popolari.
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