N'ALBERO, "a cui tendevi la pargoletta mano." suona male, forse Di Giacomo avrebbe trovato un acronimo più appropriato al canto disperato di Giosuè Carducci. Ma intanto N'Albero si farà e già il 51 dei cittadini è felice e contento di questa trovata d'artista in gara con l'altra di Salerno di altrettanta innegabile suggestione. Qualcuno protesta, ma per lo più sono gli ultranovantenni, come ha ipotizzato il soprintendente, legati alla conservazione dell'habitat e allo skyline della nostra costa. L'altro 49 non si spaventa perché fa parte di quella "minoranza silenziosa" che di fatto "se ne fotte" di qualunque cosa accada in città. Di conseguenza il nostro popolo è spaccato in due e questo potrebbe essere un bel segno di democrazia: Guelfi e Ghibellini, il mondo non cambia mai. L'animosità e la vivacità intellettuale non si dimostra, però in tutti i casi e si preferisce farsi scivolare addosso ogni decisione che i nostri governanti, tanto poi a conti fatti, si potrà criticare in piena libertà. Il caso recente nella polemica su "N'Albero" ne è la prova lampante. Ragioniamo per un momento: il centro storico cade a pezzi nell'indifferenza totale, avendo trasformato in folklore turistico da "suk" un disastro urbano; piazza del Plebiscito è una landa anonima e senza riferimenti che permettono di attraversare in lungo e in largo come un puzzle, il cui risultato è il vuoto assoluto. La nuova via Marina segnata da alti Washingtonia, una volta ultimata ci darà la sensazione di trovarci in un'oasi circondata dai ruderi di una Libano bombardata da aerei dalla nazionalità misteriosa. La palazzata su via Marina, nonostante la nuova pavimentazione è la più orrenda porta d'ingresso di una città europea; senza mare, senza un fiore che accolga l'ignaro visitatore che piomba in città entrando in un suburbio di strade e mercatini rionali che non ha di uguale in Europa. Eppure questo la città colta degli intellettuali e dei politici, l'ha trasformata in una nota di colore, della quale il turista dovrebbe risultare affascinato. E credo bene perché, una città che conserva ancora le ferite dei bombardamenti del '43 e '44 non esiste nel resto del mondo. Lasciata così al suo destino di reperto archeologico, presto sarà preferita agli scavi di Pompei, dove giustamente ogni frammento di intonaco, ogni murales sono diventati feticci intoccabili. N'Albero della Rotonda Diaz a mio parere è il minor danno che questa città possa subire: provvisorio (solo tre mesi), porterà un po' di allegria in una strada, in un quartiere nel quale ormai si muore di noia. Dove i continui fallimenti di negozi, bar e ristoranti passano in secondo piano rispetto ad una richiesta sempre più urgente di rinnovamento urbano, di presenze inquietanti che diano un senso a quell'habitat perduto ormai nella notte del tempo. Eppure se oggi si facesse un referendum sulla conservazione o sul rinnovamento della città, come è successo in Inghilterra con il Brexit, sarebbero i vecchi a dire "No!", emarginando ogni eventuale programma di cambiamento. Devo dare ragione al soprintendente architetto Garella, che giudica la protesta un inutile presa di posizione di una parte di pur eroici intellettuali napoletani, molto simile alla posizione che il governo ha assunto nei confronti delle aree terremotate: com'era e dov'era è un segno di incapacità creativa e decisionale che il nostro Sud ha ormai consolidato, aumentando la spaccatura con il Nord che ormai viaggia su livelli internazionali ai quali non riusciremo mai più a tendere "quella pargoletta mano" all'albero cantato già più di un secolo fa da Giosuè Carducci.