NELLA grottesca vicenda del centro commerciale a forma di albero di Natale ci sono almeno tre aspetti. Il primo è politico. Da secoli l'incapacità di governare la città reale e permanente viene mascherata attraverso la realizzazione di strutture gigantesche collegate ad eventi effimeri, in una sorta di plateale populismo urbanistico. Nei casi peggiori si arriva al cortocircuito per cui il risultato finale di questa programmatica assenza di un qualunque progetto di città consiste non in una struttura effimera, ma invece in una permanente: come è accaduto per il Crescent di Salerno, un'arma di distrazione di massa che si è tradotta in un definitivo scempio urbanistico. O come potrebbe accadere per il Ponte sullo Stretto berlusconian- renziano. Il sindaco di Napoli, per fortuna, preferisce scempi reversibili (almeno in teoria, come nel caso dei "baffi" sotto via Caracciolo): piazza Plebiscito trasformata in un enorme stand della Nutella, il centro antico privatizzato da Dolce e Gabbana e ora l'incredibile mercato verticale travestito da abete natalizio. Qualunque napoletano, ma specie quelli più svantaggiati e disagiati (cioè l'elettorato di riferimento di de Magistris), dovrebbe dire al sindaco: non abbiamo bisogno di balocchi luminescenti, ma di un governo del quotidiano. Lo gridava il popolo romano ai papi del Seicento: «Volemo altro che guglie e fontane pane volemo: pane, pane, pane». E sì che allora le fontane le scolpiva Bernini, mentre ora N'albero è tanto brutto da sfregiare il contesto straordinario in cui si infilerà. Ma l'eventismo a getto continuo serve proprio a mascherare l'assenza di governo, a nasconderla sviando l'attenzione. È la vecchia logica delle tre effe: festa, farina e forca. Scarseggiando la farina, e avendo appeso le manette al chiodo, il sindaco si dedica alla festa. Ma non è questo ciò che si aspettava chi aveva creduto nella stagione dei beni comuni. Il secondo aspetto della vicenda è tecnico. Trattandosi di un'area su cui insiste un vincolo paesaggistico, la soprintendenza ha il potere di vietare l'installazione di qualunque struttura: anche se effimera. Tutto è rimesso alla discrezione tecnica, alla cultura, alla dirittura morale, al coraggio, all'equilibrio e alla ponderatezza del soprintendente. Il terzo aspetto è il più desolante, ed ha a che fare proprio con il soprintendente, l'architetto Garella. Il quale ha risposto con l'insulto ad una lettera di molti cittadini che ritenevano N'albero incompatibile con il vincolo. Ha dichiarato letteralmente che la maggior parte dei firmatari aveva passato gli ottant'anni, e che c'era dunque da credere che a firmare per loro fossero state le rispettive «badanti ucraine». Ha detto proprio così, in un crescendo di aggressività e volgarità indecente a prescindere dal destinatario, ma che quando colpisce figure come Aldo Masullo e Gerardo Marotta appare davvero intollerabile. Il soprintendente ha giustificato l'autorizzazione concessa al mercato verticale invocando il progresso, e cioè sostenendo che se i vincoli impedissero di "fare" saremmo ancora fermi all'età della pietra. Mi pare sia vero l'esatto contrario: perché proprio l'età della pietra è il traguardo ultimo di questa stagione di regresso politico, culturale e umano.