GLI STATI GENERALI A TORINO DOPO LE TAPPE NELLE PROVINCE TREDICI tavoli tondi. Cartellini con i nomi e molti fogli per gli appunti. Al secondo piano del Teatro Regio ci sono gli Stati Generali della Cultura e per nove ore attori e presidenti di associazione, registi e titolari di agenzie di comunicazione, assessori alla cultura e manager, ballerini e appassionati di flash mob parlano fitto fitto. Di cosa? Di "pubblici" e "imprese culturali", di "governance" e prospettive di lavoro. Mica facile, per nulla scontato che chi la cultura la fa, o prova a costruire progetti in grado di camminare e vendere biglietti, sappia poi orientarsi fra leggi e bandi europei, fra canali di finanziamento e contratti. Vogliamo definirla una "Leopolda della Cultura"? A molti la definizione non piacerà, ma tant'è: gli Stati Generali della cultura, invocati e inseguiti da anni, sono partiti e il tour ha raggiunto Torino dopo aver fatto tappa in tutte le province del Piemonte. Al Regio sono in 300, tutti quelli che si erano iscritti: 27 tavoli per due giorni, tremila ore di lavoro. Alla fine di ogni sessione un verbale. Le relazioni vengono pubblicate on line. La meta è una nuova legge che snellisca, velocizzi, assicuri certezze sui tempi dei pagamenti, sostenga. Soprattutto innovi. «A cosa pensiamo quando parliamo di impresa culturale?», si sente passando di fianco al tavolo numero 3. «Soltanto il no-profit con l'attuale legge viene finanziato. Può essere no-profit una impresa culturale?», si interrogano preoccupati al tavolo numero 5. Carlo Salone, coordinatore per l'Università, lancia il tema della seconda sessione: le imprese culturali appunto. E lo fa con una provocazione: «Qui non si mangia con la cultura, come diceva tempo fa un ministro, ma si mangia la cultura. Soprattutto si cerca di produrla ». I posti ai tavoli non sono divisi per settori. Gli attori si mescolano ai manager, gli assessori alla cultura con i presidenti di associazioni. Piccole e grandi. Ci sono critici d'arte ed esperti di marketing. Dalla mescolanza nascono le idee, è il principio. Soprattutto, dovrebbero nascere le famose "reti". Termine da tutti invocato quando si tratta di mettersi d'accordo su dove devono finire le poche risorse che il pubblico ha a disposizione. In sala c'è Paolo Manera, direttore della Film Commission, e Paolo Messina, direttore dei servizi bibliotecari del Comune. C'è Diego Sarno, assessore alla cultura di Nichelino, e Carlotta Margarone, responsabile marketing della Fondazione Torino Musei. Paola Zaini, project manager del Castello di Rivoli, e Paolo Lucà, direttore del Folk Club. Pochi i politici. Nel pomeriggio arriva il presidente della commissione cultura Daniele Valle, Pd. Grillini non se ne vedono. Poteva mancare Giampiero Leo? Certamente no. Su tutti veglia l'intero staff dell'assessorato alla cultura della Regione guidata da Antonella Parigi. La supervisione è affidata al direttore dell'Osservatorio culturale del Piemonte Luca Dal Pozzolo. Al suo fianco, per l'Università, Carlo Salone, Germano Paini e Giulio Lughi. Per l'Ires c'è Maurizio Maggi. Oggi si tirano le fila sui lavori torinesi. Il 14 dicembre la grande sintesi finale.
Ai tavoli tondi del Regio 300 addetti ai lavori immaginano la cultura
Gli Stati Generali della Cultura si sono tenuti al Teatro Regio di Torino con 300 partecipanti provenienti dalle province del Piemonte. I tavoli tondi hanno discusso di "pubblici" e "imprese culturali", di "governance" e prospettive di lavoro. La meta è una nuova legge che snelli, velocizzi e sostenga le imprese culturali. La sessione è stata caratterizzata dalla mescolanza di attori, manager, assessori alla cultura e critici d'arte. Sono stati lanciati temi come la creazione di "reti" e la definizione di un nuovo modello di finanziamento. La supervisione è stata affidata all'Osservatorio culturale del Piemonte e all'Università.
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