Un milione e 300mila euro, due miliardi e mezzo di lire spesi per fare ciò che una normale manutenzione dovrebbe fare regolarmente. Quelli per la ristrutturazione della Galleria sono "danée travia", soldi buttati via. È una spesa contraddittoria, di quelle nelle quali casca abitualmente il cliente sprovveduto sollecitato dalla abilità più commerciale che tecnica dei restauratori. Vi è una curiosa contraddizione in tutta questa storia. Da otto anni ci viene raccontato che la cosa pubblica vive solo se gli si da l'impulso della psiche privata, l'anima del ragioniere deve rinvigorire lo spirito dell'uomo di Stato. Questa è la tesi ufficiale. NON abbiamo ancora visto l'applicazione pratica di questa brillante teoria, però ne abbiamo davanti l'esempio concreto che ne è oggettivamente l'ossimoro: qualsiasi normale cura "privata" di una casa o di un immobile prevede una manutenzione ordinaria che evita il bisogno di interventi drastici come quello appenade-ciso dal Comune di Milano. Non è poi così mal ridotta la Galleria Vittorio Emanuele da aver bisogno di una cura radicale, avrebbe bisogno forse solo dell'affetto di una cura regolare. Se poi si volesse pensare effettivamente al restauro, la questione sarebbe ben altra. La cosa bizzarra sarebbe piuttosto quella di sapere che cosa si sta effettivamente restaurando: la Galleria originaria, quella che Mengoni ha voluto e concepito nella sua policromia ottocentesca e di cui i riferimenti sono vivi ancora negli interventi di lui rimasti a Bologna, oppure la Galleria così come ce l'ha restituita il restauro frugale del dopoguerra dopo il bombardamento degli inglesi, inventata in una sorta di improbabile color panna non dissimile dal colore che allora servì a restaurare il Teatro alla Scala e che andava d'accordo con l'estetica anni Cinquanta di Maria Callas e i collier gelidi di Cartier? Sono due cose diverse. La sovrintendenza non è mai riuscita a chiarirsi le idee, gli uffici tecnici del Comune ancora meno, ma basta vedere una fotografia della Galleria negli anni Venti, anche in bianco e nero, per capire che era ben diversa da quella che vediamo oggi. E che su questo tema forse varrebbe sì la pena di compiere un intervento drastico e radicale. E poi vi è il problema, nascosto agli occhi del cittadino, dello stato di miseria delle parti comuni degli edifici annessi alla Galleria, se si accede dai famosi numeri civici che di civile non hanno più nulla. Gli edifici, i cortili e le facciate di ciò che compone l'intero complesso immobiliare. Quello sì meriterebbe un restauro immediato e drastico. Ma sarebbe un'altra questione, non dibanale propaganda. Rimane un ultimo dubbio ma come si dice a Milano a pensar male si fa male ma si indovina: la manutenzione ordinaria rientra nella spesa corrente che la presente amministrazione ha allegramente esaurita, mentre il lavoro di cui si parla nella delibera va in spesa di conto capitale e quindi nell'ambito del debito. Ci penseranno i prossimi amministratori a pagarla.