FIRENZE In pochi possono dire d'averlo visto e quasi nessuno se lo ricorda. Svanito nella memoria, insieme ad altri "pezzi pregiati", travolto dalla piena dell'Arno di 50 anni fa. Nel corso di una cerimonia solenne, presente il Capo dello Stato Sergio Mattarella e il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, riemerge dall'acqua e dal fango, è proprio il caso di dirlo, novello Lazzaro, a nuova vita restituito, il capolavoro di Giorgio Vasari "Ultima cena". Un grande dipinto a olio su tavola diviso in cinque pannelli, rimasto 12 ore a mollo quel tragico 4 novembre 1966 e poi per anni dormiente nella sua imponenza (40 metri quadri di superficie) all'ombra dei depositi della Sovrintendenza in Palazzo Pitti, prima di essere trasferito nel 2004 nei laboratori dell'Opificio della Pietre Dure. Che, con mirabile impegno e sopraffina maestria, grazie anche a contributi pubblici e a privati mecenatismi (Prada, Getty Foundation, Protezione Civile, Ente cassa di risparmio di Firenze), affinatesi nel frattempo le tecniche nel campo del restauro, l'ha riportato alla luce in tutto il suo splendore cromatico e dinamismo espressivo. Così, dopo mezzo secolo, l'Ultima cena di Giorgio Vasari si può ammirare nel Cenacolo di Santa Croce, guardata a vista dagli affreschi di Taddeo Gaddi, appoggiato alla parete che fu del "Cristo" del Cimabue, l'altra vittima simbolo dello scempio artistico causato dall'alluvione, dal 2014 ricollocato in assoluta sicurezza nella Sagrestia della Basilica, a una quota superiore al rischio esondazione, insieme ad altre opere del museo, a loro volta restaurate. Ma per la "Cena" del Vasari, stante il suo collocamento a una quota inferiore, quali sono le garanzie di sottrarsi domani a una nuova, certo non auspicabile, minaccia alluvionale? A fronte di tanta tecnologia dispiegata nelle operazioni di recupero, ci pensa un sistema vecchio stile, semplice e affidabile, basato su contrappesi e carrucole. Un sistema meccanico, quasi artigianale, facilmente manovrabile che, scartate apparecchiature che potrebbero incepparsi in caso di interruzione elettrica, consente in un batter d'occhio alla pesante struttura lignea (quasi 600 chili) di issarsi a sei metri di altezza. Oltre ogni ragionevole rischio. «Si tratta ha commentato Marco Ciatti, soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure di una storia straordinaria di studi, speranze, restauro e avanguardie tecnologiche, di un progetto innovativo dai molteplici significati che permette di riconsegnare al mondo nella sua vivacità cromatica originale un capolavoro che, per i danni subiti, soprattutto in termini di sollevamento del legno e conseguente distaccamento del colore, pareva spento per sempre. Un quadro a lungo considerato di pressoché impossibile recupero. È stata un'operazione senza precedenti che rappresenta la vittoria di una sfida che l'Opificio ha raccolto nel 2004 e che ha portato a compimento grazie alla sua molteplice natura di laboratorio operativo, istituto di ricerca e scuola di restauro». Dipinta nel 1546 per il refettorio delle Murate, il monastero delle benedettine di clausura situato nell'attuale via Ghibellina, la tavola del Vasari non ha avuto vita facile. Ora il cerchio sembra chiudersi su questa parete del Cenacolo di Santa Croce a lungo abitata dal "Cristo" del Cimabue. Che forse non per caso fu il primo artista citato da Vasari nelle sue celebri "Vite".