COMPRESSO tra la novità istituzionale e politica della Città Metropolitana, e più comodi dibattiti su Bagnoli, sul lungomare, sul porto, eccetera, il centro storico di Napoli, dopo anni di polemiche e di un poco sensato minuetto sui finanziamenti, si è ritrovato gradualmente fuori dall'agenda pubblica, se non fosse per il turismo che, correndo pure qualche rischio, lo attraversa in maniera fortunatamente crescente e alcune istituzioni, come le università, presidi di conoscenza ma anche di riequilibrio e sviluppo sociale. Questo tipo di evoluzione non è una novità: a Napoli i grandi temi urbani appaiono e scompaiono secondo un ritmo ciclico che, apparentemente, li tiene all'attenzione e in vita, in realtà li condanna all'oblio e, soprattutto, all'assuefazione, senza che i grandi progetti e programmi di rigenerazione e riqualificazione arrivino a compimento. Quando il centro storico riapparirà nel dibattito e nelle agende politiche dell'amministrazione comunale e regionale dovrà ripartire, presumibilmente, da dove si è improvvisamente interrotto qualche anno fa. Da quando, cioè, l'amministrazione Caldoro, non avendo evidentemente altre priorità, decise di ridurre il finanziamento già stanziato per il cosidetto Grande Progetto Unesco, da 220 milioni a meno di 100. Una decisione priva di senso, sia perché già i 220 milioni apparivano insufficienti, data l'estensione del centro storico e del centro antico, sia perché interrompeva improvvisamente alcuni percorsi progettuali già avviati e che da allora sono stati riposti negli scaffali polverosi di Comune e Sovrintendenza. Il processo, che aveva l'obiettivo di rigenerare parte del centro storico attraverso la valorizzazione di alcuni complessi architettonici e spazi pubblici di particolare rilievo, si avvia nel 2009 con il documento di orientamento strategico, fino all'adozione di un protocollo d'intesa tra Comune, Regione, il ministero e l'Arcidiocesi di Napoli nel 2012, passando dalla redazione del piano di gestione (obbligatorio per definire la programmazione e le modalità di valorizzazione dei siti Unesco) nel 2011. Si tratta di un percorso all'inverso, lungo il quale, mentre si approvavano continui documenti, varianti, integrazioni, protocolli, i fondi, contestualmente, venivano lentamente erosi e dislocati dalla Regione Campania verso altre "priorità", lasciando il tutto incompiuto, tranne il pagamento di alcuni milioni di euro in parcelle e consulenze. Ad oggi restano in piedi 27 progetti, a stadi diversi di avanzamento, ma nessuno dei quali portato a compimento. Tra questi, Castel Capuano, il Complesso di Santa Maria della Colonna, San Paolo Maggiore, Cappella Pignatelli, l'insula del Duomo. Nonostante continui richiami da parte dell'Unesco ad avanzare in maniera coerente e coordinata nell'attuazione di quanto programmato, a nessuno dei soggetti coinvolti sembra interessare più di tanto far ripartire quello che altrove sarebbe un "progetto strategico", da integrare, nel caso di Napoli, con le politiche di sviluppo legate all'aumento dell'interesse turistico della città, con la possibilità di attingere ad ulteriori canali di finanziamento europei, con i rilancio strutturale del settore dell'edilizia e del restauro in una città in cui gli unici cantieri sono quelli, sempiterni, della metropolitana. Il rischio, o forse una forma di allarme e salvataggio, è quello di finire fuori dalla lista dei siti patrimonio dell'umanità, come più volte paventato dalla stessa Unesco. La permanenza nella lista, infatti, è legata, oltre che alla redazione di un piano di gestione (per ora redatto solo in forma preliminare), ad un'azione continua di valorizzazione e di "cura", allo stato sicuramente non sufficiente. In ultimo, il centro storico appare marginale persino nei circa 300milioni del Patto per Napoli. In casi come questi sarebbe naturale chiedere come mai ci si è fermati a pochi progetti e, nel caso migliore, ci si è limitati a nuove pavimentazioni di piazze e strade che hanno avuto anche l'esito poco felice di sostituire gli antichi basoli? Oppure quali sarebbero gli intoppi insormontabili che hanno dilatato talmente i tempi da rendere vano l'intero progetto, che avrebbe avuto senso se realizzato per intero e non in maniera frammentata? Merita, questa città, un approccio condiviso e convergente tra istituzioni, enti di ricerca e attori privati all'altezza di uno dei più noti siti Unesco d'Europa? Un'occasione per far ripartire la riflessione e per suggerire risposte a queste domande potrà essere il convegno che si terrà lunedì 7 novembre nella Sala della Città Metropolitana in Piazza Matteotti a Napoli, dal titolo: "Il centro storico e le strutture della ricerca, della formazione e della innovazione". Interverranno i rettori delle cinque università cittadine: Gaetano Manfredi, Giuseppe Paolisso, Alberto Carotenuto, Elda Morlicchio, Lucio D'Alessandro, introdotti da Giuseppe Ossorio e Raimondo Pasquino. Parteciperanno Carmine Piscopo, Alfredo Ponticelli, Giuseppe Guida. Conclude Luigi de Magistris. Coordinerà il dibattito Antonello Perillo.
NAPOLI - IL CENTRO STORICO È SCOMPARSO
Riassunto in 200 parole:
Il centro storico di Napoli è stato gradualmente fuori dall'agenda pubblica dopo anni di polemiche e di finanziamenti limitati. Il progetto di valorizzazione del centro storico, iniziato nel 2009, è stato interrotto e dilatato a causa della mancanza di fondi e della priorità data ad altre "priorità" dalla Regione Campania. Oggi, restano in piedi 27 progetti, ma nessuno è stato portato a compimento. L'Unesco ha paventato la possibilità che Napoli finisca fuori dalla lista dei siti patrimonio dell'umanità se non si ripartirà il progetto. Il centro storico appare marginale anche nei progetti del Patto per Napoli, che hanno avuto esito poco felice.
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