Nicola Bono spiega come vincere la sfida turistica: «L'arte non basta, ora dobbiamo puntare sul carattere unico dei luoghi» Abbiamo 40 siti patrimonio dell'umanità. Ma il salto di livello deve riguardare tutta l'Italia Roma. Con l'inserimento di Siracusa e delle necropoli rupestri di Pantalica nella World heritage list, l'Italia arriva a 40 siti attestati dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. Il nuovo riconoscimento, giunto meno di una settimana fa, conferma il primato del patrimonio storico-artistico del Belpaese nel mondo, ma soprattutto la validità delle politiche di governo per valorizzarlo. Di questo e delle nuove sfide da affrontare si parlerà oggi a Roma, nel corso di un incontro al quale parteciperà anche il sottosegretario ai Beni culturali, Nicola Bono. «È un risultato raggiunto grazie a un grande impegno - spiega l'esponente di An - e che possiamo rivendicare con orgoglio come uno dei successi del governo di centrodestra in questa legislatura. Un successo - precisa - in un settore certamente non secondario per il sistema Paese». Onorevole, come è stato conquistato il vertice della classifica? Con una strategia precisa. L'Italia aveva questa potenzialità anche prima, ma non era stata sfruttate nel modo giusto. Noi abbiamo iniziato perfezionando le modalità di presentazione delle candidature, che in passato ci avevano visto penalizzati. Ma soprattutto abbiamo saputo trasformare un obbligo in opportunità. Cosa intende? Nel 2001 l'Unesco ha imposto la redazione dei piani di gestione, ma senza specificare cosa fossero e a cosa dovessero servire. Noi abbiamo intuito che potevano trasformarsi in un'occasione di sviluppo reale per il nostro patrimonio e abbiamo dato un'anima e un corpo a questo strumento. Lo abbiamo utilizzato per costruire quelle ricadute economiche, sociali e occupazionali di cui tutti hanno sempre parlato e che nessuno aveva mai saputo tradurre in realtà. In cosa consiste allora la politica dei piani di gestione? Nel valorizzare non solo il nostro patrimonio materiale - monumenti, siti, aree paesaggistiche - ma anche quello immateriale, tradizioni locali, prodotti enogastronomici e più in generale tutto ciò che un territorio ha saputo esprimere nei secoli come elemento di identità e unicità. Abbiamo creato una forte sinergia tra tutti questi elementi che, coordinati diventano per noi un fattore di forte competitivita. Si tratta di un livello alto di marketing territoriale che ci rende vìncenti nell'era della globalizzazione. Perché? Oggi sul mercato vince chi offre il prodotto migliore al prezzo più basso, ma chi propone un prodotto unico è irraggiungibile. Ecco, noi siamo in grado di vendere prodotti unici e su questo stiamo investendo. Anche al di là delle opportunità offerte dall'Unesco. Si riferisce alla creazione di piani di gestione anche per i siti che non sono patrimonio dell'umanità? Sì. Il nostro obiettivo è creare un'offerta diffusa che abbia il tratto dell'unicità. Cerchiamo di attuare una strategia basata sulle aree territoriali organizzate. L'Italia è ricca di singole eccellenze che possono suscitare interesse e curiosità, ma vanno messe insieme perché diventino elemento. di attrattiva straordinaria. Quello che stiamo facendo è dotare il nostro Paese di una politica di sostegno al patrimonio culturale e paesaggistico attraverso quel contesto abitativo e quell'elemento antropologico che hanno contribuito a determinare il carattere unico del territorio. Sembra che funzioni... Funziona eccome, tanto che alla nostra politica dei piani di gestione guardano con interesse anche gli altri Paesi del mondo.