Per fortuna che ci sono i mecenati stranieri, perché all'interno dell'Art Bonus, la fortunata misura che premia sull'esempio americano con uno sconto fiscale le erogazioni liberali nella cultura, il Comune di Roma non esiste. Tra gli ultimi 150 interventi approvati, ai quali corrispondono una parte di finanziamenti già erogati, non è presente neanche un progetto di recupero del patrimonio artistico che sia stato lanciato dal Campidoglio. Perché funziona così: sta all'amministrazione comunale interessata farsi inserire nell'apposita lista, presentando un progetto credibile del restauro per cui si chiede il contributo. L'amministrazione poi "pesca" nel bacino di denaro costituito da tutte le donazioni. Bene, scorrendo la lista delle opere sostenute economicamente dalla numerosa platea dei 3.492 mecenati che hanno aderito negli ultimi due anni all'iniziativa, la varietà regionale è più che rappresentata. Grandi città come Venezia, Genova, Bologna, ma anche piccoli centri: Poggibonsi e Pinerolo, Perugia e Orvieto, tutti in fila per incassare la generosità dei privati nel proprio patrimonio artistico. Nel 2016 il totale finito al patrimonio laziale si ferma a 4,7 milioni di euro, contro i 33 milioni della Lombardia, i 20 del Veneto, i 15 del Piemonte e i 9,3 della Toscana. L'Art Bonus diventa legge nel 2014 su proposta del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e prevede, per chi eroga il finanziamento, un credito d'imposta pari al 65 della quota versata, con un tetto che varia in proporzione al reddito del singolo o dell'impresa. È subito un grande successo perché, oltre al vantaggio fiscale, porta trasparenza in un settore dove i finanziamenti passano spesso per accordi informali e strette di mano. A differenza di questa prassi, l'Art Bonus prevede una formula sempre uguale e soprattutto il controllo su ogni operazione, mettendo a disposizione tutte le informazioni sul portale dedicato. In questo senso il caso del Comune di Roma è significativo perché, pur essendo responsabile di uno dei patrimoni artistici più ricchi e anche più dimenticati d'Italia, nessuno almeno negli ultimi mesi ha presentato domande per inserire i beni del Campidoglio tra i candidati a ricevere l'Art Bonus. Scorrendo la lista di chi ha avuto accesso ai finanziamenti, Roma compare solo per gli enti di diritto privato che, sebbene siano in parte controllati dal Comune, mantengono però una gestione indipendente dalla giunta. È il caso ad esempio del Teatro dell'Opera di Roma. La Fondazione, sotto la guida di Carlo Fuortes, non solo ha richiamato sponsor diretti sul Teatro, ma ha avuto accesso alle erogazioni liberali dell'Art Bonus, nello specifico per 3,5 milioni di euro, spalmati tra il 2015 e il 2016. Stesso discorso, anche se in misura ridotta, vale per l'orto botanico che ha ricevuto 25mila euro dopo la domanda di aiuto presentata dall'Istituto centrale per il restauro. Pochi giorni fa il sovrintendente di Roma Capitale, Claudio Parisi Presicce, ha lanciato un appello sottolineando che per far rientrare solo le priorità nella gestione del patrimonio culturale servirebbero subito 30 milioni di euro. Tanti soldi difficili da trovare, ma almeno si potrebbe cominciare mettendosi in fila alla corte dei mecenati. (d.au.)
Il Campidoglio brilla per l'assenza fra i beneficiari dell'Art Bonus
Il Comune di Roma non ha presentato domande per l'Art Bonus, una misura che premia sull'esempio americano con uno sconto fiscale le erogazioni liberali nella cultura. Tra i 150 interventi approvati, non c'è un progetto di recupero del patrimonio artistico lanciato dal Campidoglio. L'amministrazione comunale si inserisce nell'apposita lista presentando progetti credibili del restauro e poi "pesca" nel bacino di denaro costituito da donazioni. Le donazioni sono state erogate a diverse città, tra cui Venezia, Genova, Bologna e piccoli centri come Poggibonsi e Pinerolo.
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