«Le faglie non sono state studiate» L'esperto: «Roma fuori dalle aree di maggiore pericolosità ma molti edifici sono vecchi» I monti Tiburtini, ma anche i Simbruini. Il rischio terremoto che corre da Tivoli fino a Subiaco, con la possibilità che il sisma venga avvertito - molto di più di quanto è accaduto mercoledì sera - anche nei quartieri alla periferia est della Capitale. Ma come zone ad alta sensibilità sismica ci sono anche quelle dei Castelli Romani, dei Colli Albani, di Anzio e perfino della Cecchignola, ai margini del Raccordo anulare. «Il passato ce lo insegna - spiega Stefano Salvi, dirigente tecnologo dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia -, ci sono stati eventi di questo genere anche nel 1995. Ce ne potrebbero essere altri, ma di magnitudo 3.5, eventi piccoli. Le faglie sono relative e sono in grado di accumulare solo cariche limitate, con fratture non grandi. Il fatto però - continua lo specialista - è che delle faglie di quelle catene montuose non si sa molto. Difficile pensare che possa esserci una correlazione con quanto sta accadendo sugli Appennini, ma resta il fatto che non le conosciamo bene e certo sarebbe il caso di studiarle di più». L'allarme è scattato già troppe volte a Roma negli ultimi due mesi. A cominciare dalla tragedia di Amatrice, il terremoto è rimbalzato - e continua a rimbalzare - in tutta la Capitale scatenando psicosi che, almeno a giudicare dalle centinaia di richieste d'aiuto giunte alle forze dell'ordine e ai vigili del fuoco, non si sono ancora sopite dopo le ultime tre scosse di mercoledì sera. «Prima di tutto dobbiamo specificare che Roma si trova comunque al di fuori delle aree di maggiore pericolosità sismica - spiega ancora il tecnologo -, ma non possiamo sottovalutare quello che potrebbe accadere, come anche i movimenti dell'acqua nel sottosuolo. A Roma non c'è il rischio zero, soprattutto nelle zone che si trovano più vicine agli Appennini. Anche perché - avverte ancora Salvi - sono comunque attesi entro un certo periodo scuotimenti sismici che potrebbero provocare danni: il concetto di ritorno di un sisma è descritto nella mappa di pericolosità. Il tempo di ritorno è stimato in 475 anni, e dagli studi si è visto che i terremoti tendono ad avere dei cicli. Una finestra temporale comunque mobile». Un'allerta che non è quindi immediata ma che deve tuttavia far scattare dei meccanismi di autodifesa nella collettività. «Per Roma bisogna fare un discorso particolare nel quale secondo la scienza il rischio danni legato alla pericolosità di un terremoto è basso ma deve essere messo in relazione con il valore del patrimonio edilizio e monumentale e la sua vulnerabilità. E in questi casi i rischi salgono: il valore è altissimo e gli edifici sono vecchi se non - nel caso dei monumenti - antichi». Un quadro preoccupante, soprattutto alla luce dei controlli che dopo Amatrice sono stati svolti nella Capitale, sul litorale e nell'hinterland, specialmente su iniziativa dei vigili del fuoco chiamati da singoli cittadini o da istituzioni locali, oppure ancora da dirigenti scolastici. Quasi 150 soltanto nella serata e nella nottata di mercoledì, senza che si sia reso necessario alcuno sgombero. Anche ieri, complice il maltempo che si era abbattuto sempre nella notte sulla Capitale, i pompieri hanno svolto una serie di sopralluoghi per verificare crepe e fessurazioni negli edifici segnalate da chi ci abita o ci lavora, ma non c'è stato il bisogno di prendere provvedimenti. La situazione viene comunque costantemente monitorata. A Rocca di Papa, ad esempio, i vigili del fuoco sono intervenuti per la caduta di un grosso albero. Una quarantina di pompieri sono invece partiti dalla Capitale per le nuove zone terremotate fra Ascoli Piceno e Macerata, anche con unità cinofile per le ricerche fra le macerie.