Una tragedia trasformata in un'occasione di riscatto. Entrambe, di portata unica nella storia. Perché se è vero che l'immenso patrimonio culturale conservato nei musei, nelle chiese e nelle biblioteche fiorentine rivelò al mondo, con l'alluvione del 4 novembre 1966, tutta la propria, ineluttabile fragilità, le prime, frenetiche operazioni di messa in sicurezza assunsero presto, grazie alla prontezza di funzionari, impiegati e centinaia di volontari, alla lungimiranza di scelte dimostratesi decisive, e a uno spirito di collaborazione senza precedenti la forma di una macchina operativa dagli ingranaggi sorprendentemente funzionanti. In grado non soltanto di superare la fase dell'emergenza, ma anche di gettare le basi per una rivoluzione di tecniche e competenze in un settore, quello del restauro, di cui Firenze divenne, proprio grazie a quei drammatici momenti, la capitale indiscussa. Il bilancio dei beni colpiti rappresenta, tutt'ora, una questione aperta. All'indomani del 4 novembre, lo storico dell'arte Bruno Molajoli quantificava provvisoriamente le opere danneggiate dall'acqua, dal fango, dai detriti e dai combustibili fuoriusciti dai serbatoi allagati in 320 dipinti su tavola, 692 su tela, 495 sculture, 124 affreschi, 27 arazzi e ancora 288 arredi sacri e 1.810 armi e armature antiche. Una geografia di capolavori celebratissimi dal "Crocifisso" di Cimabue in Santa Croce, simbolo dell'alluvione, dal 2013 spostato nella parte alta della sagrestia, finalmente al riparo dall'acqua, alla Porta del Paradiso del Battistero di Ghiberti, le cui formelle si staccarono a causa dell'urto ripetuto delle ante, fino alla "Maddalena" in legno di Donatello, che proprio grazie al restauro rivelò la policromia originaria, o a "L'ultima cena di Vasari", trasferita solo nel 2006 all'Opificio delle pietre dure e pronta a breve a tornare in Santa Croce fino a una costellazione di opere più modeste ma ciascuna portatrice di una sua, particolarissima, storia. A questo patrimonio si aggiunge quello di carta, con i libri e le carte della Biblioteca Nazionale (quasi un milione e mezzo di unità), del Gabinetto Vieusseux (250 mila volumi), dell'Archivio di Stato (70 mila documenti). Fu una storia, quella del recupero dei beni culturali fiorentini, fatta di uomini, di luoghi, di scelte. Di uomini come Ugo Procacci, all'epoca soprintendente ai monumenti e belle arti, o Umberto Baldini, a capo del Laboratorio di restauro diretto dallo stesso Procacci fino a metà degli anni '50. E ancora Emanuele Casamassima, direttore della Nazionale, dove il neonato Laboratorio di restauro del libro segnò un passaggio epocale da una forma di intervento di tipo antiquariale all'adozione di criteri professionali improntati a funzionalità e consapevolezza. Di luoghi come la Limonaia di Boboli, dove affluirono, in un ambiente a umidità controllata, oltre 300 tavole e 1.200 tele, che "spodestarono" gli agrumi in attesa di ricovero invernale, o il nuovo laboratorio di restauro alla Fortezza, germe del moderno Opificio che nel 1975 avrebbe visto, ufficialmente, la luce. E, infine, di scelte. Quelle più tecniche, prese sul momento, come la "velinatura" dei dipinti per scongiurare future perdite di colore. Ma soprattutto quella, decisiva, di trattenere i beni danneggiati a Firenze: Procacci rifiutò l'offerta dei grandi laboratori internazionali di ospitare le opere danneggiate, invitando piuttosto in città gli specialisti che volessero aiutare: un appello a cui aderirono circa 150 restauratori da 17 paesi. Una storia che ha, ancora, molto da raccontare. È lo scopo di due progetti oggi in corso: il censimento, promosso dal Polo museale regionale della Toscana con una borsa di studio di Toscana 2016, di documentazione fotografica delle opere alluvionate, o la creazione, a cura dell'Opificio, di un database aggiornato degli interventi. Per capire cosa è stato fatto e cosa, 50 anni dopo, resta da fare.