«Quante divisioni ha il Papa?» pare abbia chiesto Stalin a Jalta a chi gli rappresentava le preoccupazioni di Pio XII sul nuovo assetto europeo. In maniera meno bellicosa verrebbe da chiedersi «Quanti Moretto e quanti Romanino ha il vescovo?» oggi che si discute di una nuova stagione di tutela e conoscenza del patrimonio storico-artistico bresciano. La risposta potrebbe schiudere un paesaggio mentale diverso da quello a cui siamo abituati. Il vescovo, di suo, naturalmente non ha nulla ma è invece evidente che parrocchie e comunità locali sono depositarie di beni che costituiscono un museo diffuso di assoluta grandezza. Per limitarci alla città, in base ai cataloghi relativi agli autori, la Pinacoteca civica Tosio Martinengo è detentrice di 9 quadri del Romanino e 14 del Moretto mentre enti ecclesiastici di diversa natura conservano secondo una stima probabilmente per difetto 19 opere del Romanino e 38 opere del Moretto. Se poi si aggiungono altre opere di assoluta fama (dal Tiziano di San Nazaro al Tiepolo di Folzano) il perimetro dei capolavori di proprietà ecclesiastica si allarga. C'è però un problema: questo patrimonio non è pensato e tantomeno gestito come un tutt'uno. Non ci sono orari comuni di visita, non strategie condivise di manutenzione, non materiale cartaceo o digitale che proponga itinerari e percorsi, gerarchie e unicità. Anziché un coro uniforme dalle chiese bresciane si alzano voci di solisti con qualche acuto, qualche stecca e scarsa armonia. In tempo di (faticosa) costruzione delle unità pastorali, che superano gli steccati delle singole parrocchie, viene da chiedersi se la Chiesa non possa muoversi con identica attenzione su questo versante. Gli esempi positivi non mancano. L'altro giorno, a un convegno promosso dall'istituto Mnemosyne, è stato presentato un progetto di manutenzione programmata relativo alle 9 parrocchie del centro storico, proprietarie di 55 edifici sacri, che ha ottenuto da Fondazione Cariplo quasi 600mila euro per interventi che comprendono il monitoraggio generale, un poco di manutenzione ordinaria e un primo sostanzioso intervento su Sant'Afra. L'unione fa la forza, viene da dire. Ma viene anche da chiedersi se non sia tempo di immaginare una realtà che assicuri quello sguardo d'insieme che finora alla Chiesa bresciana è mancato. Non è compito delle parrocchie trasformarsi in custodi di musei. Ma tutelare, far conoscere e amare l'immensa eredità di fede e arte che abbiamo ricevuto, quello è un imperativo etico. E categorico.