Nel centro storico di Trento vivono poco più di 4.000 persone. Erano 5.000 ai tempi della Tridentum. Il cuore del capoluogo è interclassista e spazia dalle grandi vestigia della storia alle marginalità. Un perimetro difficile da interpretare ma di grande fascino. Per Michelangelo Lupo «la città è bellissima anche se eviterei provincialismi come mettere i pomodori in piazza Duomo». TRENTO. L'auspicium, divinazione basata sul volo degli uccelli. Poi il sulcus primigenius, il segno dell'aratro trainato da una coppia di buoi aggiogati. E la città è fondata. Tridentum fu un avamposto militare e civile, minacciato dalle sue stesse montagne e dalle popolazioni che vi abitavano, ancora da sottomettere. Quel mondo scomparso già nel 16-15 avanti Cristo la regione alpina venne integrata nello Stato romano è vivo nel sottosuolo, nella sua memoria di pietra che affiora in importanti siti archeologici e traccia ancora la forma del nucleo originario. La pianta quadrangolare del municipium (datato tra il 49 e il 42 a. C.) appare nitida guardando la mappa della città, segnata, come chi cresce a Trento apprende fin da bambino, dal cardo massimo di via Belenzani e il decumano di via Manci. Dall'epoca antica sono innumerevoli le stratificazioni della Storia, degli eventi che hanno caratterizzato il percorso negli anni. A queste si aggiungono le complessità sociali del presente, dato che il centro storico nella sua vitalità è interclassista e ospita tutto: dai palazzi delle istituzioni alla marginalità che abita gli interstizi e le zone franche sempre nomadi. Una curiosità: se la Tridentum aveva dentro le mura circa 5.000 abitanti, su 13 ettari di superficie, l'attuale «centro storico», definizione del piano regolatore, ne ospita 4.010 (dato 2015). La zona a traffico limitato, leggermente più piccola, assorbe il 75 di questo numero. Il nucleo quindi è meno abitanti rispetto al periodo romano, ma non si è desertificato. Le linee di interpretazione del tessuto urbano si incrociano inevitabilmente nella parte storica. La città romana, quella del principato vescovile e del Concilio. Sono alcune letture. L'elenco prosegue. Trento come porta tra due mondi, latino e germanico. E ancora, la città dell'università, che lambisce il centro storico e ha provato, con la sua biblioteca poi traslocata alle Albere, a oscurare il duomo. E ancora: la città degli studenti, dei locali, del «degrado» e del senso di insicurezza. Il turismo Tridentum, dai tre colli (Doss Trent, Sant'Agata e San Rocco), pare essersi ritrovata città turistica all'improvviso. Gli abitanti sembrano non averne ancora acquisito la piena consapevolezza. I visitatori arrivano per visitare le attrattive locali e solcano la pavimentazione di pietra rossa che è diventata una caratteristica del centro. In continuità con la storia: il capoluogo è stato zona di miniere e cave, prima di argento e poi di pietra rossa. "Montes argentum mihi dant nomenque Tridentum ("I monti mi danno l'argento e il nome di Trento"), dovuta a Fra Bartolomeo da Trento, morto nel 1251, campeggia sotto l'aquila in bronzo posta sopra il municipio vecchio, nella via Larga, poi divenuta via Belenzani. Ora Trento «la si vende ai turisti», parafrasando il Guccini di Venezia. «I souvenir sono il nostro articolo più venduto» racconta Armando Turrini, che aiuta il figlio Giorgio nel negozio di prodotti tipici locali «Dolci pensieri», in via San Marco. I commercianti sono rimasti increduli dal successo. Le grappe, i vini, i dolciumi sono meno gettonati dei piccoli e simpatici ritratti della città che si appendono con la calamita. «A parte i tedeschi, che non spendono e non comprano, i souvenir piacciono. Ad esempio agli ospiti italiani, che vengono dal centro Italia, da Roma, da Milano». I negozianti avevano iniziato a esporli quasi con scetticismo. «Mi ha aperto gli occhi un amico che vende cartoline» prosegue il padre del titolare. Turrini è della zona, essendo nato in via San Pietro, poco distante. Esce fuori e guarda i palazzi nella via. Sopra il negozio si vede ancora l'insegna «Albergo San Marco». «Questa parte del centro era bella e viva. Una volta conclude guardando le finestre qui era tutto pieno di gente». In piazza Duomo sono intenti alle prime fotografie Rudi Ulir e Inge Meyer, coppia di turisti tedeschi in pensione, venuti in Trentino per una vacanza con il camper. «Siamo appena arrivati, stiamo qui due giorni» dice Inge che è colpita dalla fontana del Nettuno. L'arte Anche se in pochi lo ricordano, la bellezza odierna della piazza principale, dei palazzi e delle vie è frutto di un percorso iniziato negli anni Settanta, con l'avvio dei restauri su iniziativa principale della Provincia autonoma, che in quegli anni acquisiva le competenze dalla Regione (il famoso «Pacchetto»). Ne parla un interprete del proseguimento di quella stagione, l'architetto Michelangelo Lupo. Persona raffinata e di cultura, Lupo è l'autore di numerosi restauri, svolti dagli anni Novanta fino ad alcuni anni fa: palazzo Geremia, palazzo Trentini, villa Margon, teatro Zandonai (a Rovereto). Anche se nell'ultimo periodo la sua attività professionale si è concentrata a Roma (per restauri e mostre a palazzo Chigi, Quirinale, Vaticano), Lupo discorre volentieri sul centro storico di Trento, nel quale abita (nel palazzo Bortolazzi, poi Larcher-Fogazzaro, in via Malpaga). «Trento mi piace moltissimo. Io sono venuto nel 1974, da Torino. Al tempo era una città grigia. La nascita della Provincia autonoma è coincisa con l'avvio dei restauri da parte della Soprintendenza, per la quale ho lavorato dal '74 al '84. È stato un fiorire di attività legate alla valorizzazione dei beni storici, architettonici, artistici. Il castello del Buonconsiglio è solo uno dei beni valorizzati». Lupo è stato fra i protagonisti dell'opera di abbellimento. Anche se lamenta negli ultimi tempi una certa distanza con i committenti trentini. Strano a dirsi per la persona scelta dal Vaticano per il progetto sulla cappella Paolina. «Ho firmato il progetto di illuminazione degli ultimi affreschi di Michelangelo, del 1548. Mi tremavano le mani» racconta. «Certamente Trento prosegue ha avuto una fioritura, è diventata città turistica. Talvolta vedo qualche segno di provincialismo. I pomodori in piazza Duomo, ad esempio, e tutte le aiuole. Piuttosto, sarebbe bello fare come in Alto Adige, i balconi fioriti. Ma non so quanti sarebbero occupati da residenti». Lupo volge lo sguardo ai negozi. «Purtroppo, nel corso del tempo gli androni dei palazzi sono stati occupati da attività commerciali, coprendo ingressi e scaloni. Il palazzo dove abito ne è un esempio. Si entra dal retro (è lo stabile della sede Sosat, ndr ). E poi tutti questi negozi di quelli che io chiamo "stracci". Cose che si esauriscono. I macellai ad esempio sono quasi spariti». I legami della mattina Ama il centro storico anche un altro suo residente illustre: Adolfo de Bertolini, penalista, esponente di una dinastia di avvocati e di una conosciuta famiglia trentina. Il nonno, omonimo, venne nominato commissario-prefetto in Trentino durante l'occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale. A lui è dedicata la targa in via Calepina, nell'edificio storico di fronte a palazzo Lodron, dove ha sede lo studio. «Io esco al mattino presto racconta il professionista . A quell'ora si respira un mondo completamente diverso da quello che c'è di pomeriggio o alla sera. Il mondo delle persone che vengono in centro, la mattina, per lavorare: chi rifornisce i negozi, chi apre i banchi di frutta e verdura, in piazza Erbe, le persone che si salutano bevendo il caffè al bar qui vicino, che ha gestori cinesi. Laddove ci sono attività commerciali c'è vita, si creano legami. Ogni giorno vedi e saluti le stesse persone. Come un paese. Qualcosa di antico che non percepisce chi sta all'esterno o viene nelle altre ore della giornata». L'avvocato, che per decenni ha compiuto i brevi passi a piedi fino al tribunale, con i pensieri delle udienze, le storie degli assistiti, i cambiamenti nella giustizia penale, racconta di amare «il centro del centro». «Io vado spesso a vedere la bellezza dell'alba in cima a via Belenzani. Da lì si vede la luce sulla cattedrale, il marmo bianco che si illumina. È una scenografia, uno spettacolo magico che dona un'energia emotiva che fa iniziare bene la giornata». E lo dice ricordando che in via Calepina, sotto le sue finestre, giocava da ragazzo alle biglie. «Passava solo un autobus verde, ogni mezzora, e poi noi rimettevamo tutto sulla strada. In piazza Venezia c'erano le lucciole, in piazza Dante i maggiolini. Un altro mondo». Ma lo racconta ridendo, senza nostalgia.
Corriere della Sera
23 Ottobre 2016
✓ Entità verificate
Trento. Centro storico. L'arte vicina alla marginalità
ST
Stefano Voltolini
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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