Barga ha perso i suoi festival, ma speriamo nel prossimo anno Servono standard minimi di cultura, come nella sanità La «disparità» no, «non la sopporto». Così «come nella sanità, anche nella cultura», il nostro territorio «non offre un minimo sindacale a tutti, ovunque». Dopo un anno da vicepresidente della Regione con delega alla cultura, Monica Barni si racconta in un forum al Corriere Fiorentino : non ha «ancora trovato le soluzioni» ma spiega si è messa «sulla strada per capire i bisogni». Un percorso, ideale prima che programmatico, metaforicamente tracciato dai passi di Bob Dylan, Ai Weiwei e Tiziano Terzani, che inizia in quello che lei stessa definisce una sorta di anno zero «con le risorse al minimo, il taglio ai festival, una Toscana da mappare prima di tutto nelle sue necessità culturali». È una Barni di lotta e di governo: da una parte sulle barricate di ieri, al fianco di Bob Dylan, e di oggi sui gommoni di Ai Weiwei; dall'altra costretta, calcolatrice e bilanci alla mano, a fare i conti con l'arte del possibile: «Il Nobel a Dylan è il simbolo di qualcosa che ci ha accompagnato tutta la vita, un riconoscimento a chi caparbiamente si impegna in battaglie forti, un esempio da seguire». Seduta nella Sala dei Fiorentini della redazione, circondata dalle gigantografie di Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, alza lo sguardo e indica Terzani: «È il mio punto di riferimento d'azione politica e di pensiero, avendo lavorato sul contatto culturale e linguistico, sui temi dell'integrazione». Rivolge un pensiero all'artista-attivista Ai Weiwei e alla sua mostra Libero in corso a Palazzo Strozzi, dedicata al tema delle migrazioni. «Non è solo un'operazione coraggiosissima, non è solo un grandissimo artista, Ai Weiwei rappresenta la mia vita». Nonostante ritenga «il mio il lavoro più bello del mondo, perché sto a contatto con i giovani», la Regione nella pentola della cultura ha diverse patate bollenti tra le mani: «Credo che il modello toscano dei festival sia vincente al pari delle residenze d'artista» ma proprio quest'anno, alla chiusura del ciclo triennale dei finanziamenti a bando, si è ritrovata «con circa la metà delle risorse a disposizione» dei «circa 26-28 milioni l'anno, a volte 24» che stanziano ogni anno. Sono stati necessari sacrifici: «Prima erano le province a segnalarci tre festival ciascuna» ma ora che le province non ci sono più «abbiamo fatto un bando noi, per il 2017, purtroppo con criteri quantitativi, oggettivi, non potendo valutare la qualità di qualcosa che deve ancora avvenire, e qualcuno è stato sacrificato». E così accade che Barga abbia perso entrambi i suoi festival, quello jazz e quello operistico. Meno 40 mila euro e l'intera città «chiude» la sua produzione culturale. «Mi dispiace, e spero che il prossimo anno potremo recuperare il rapporto spiega la vice governatrice Ma ad oggi non c'era nulla da fare». Sono arrivati i tagli dallo Stato «e ora se passa il referendum costituzionale ci sarà da ridefinire il rapporto Regione-Stato, vediamo cosa comporterà nel trasferimento di fondi». Nel 2016 «è stato possibile sbloccare solo la metà del budget». La questione dei fondi è stata al centro della polemica tra il Maggio musicale e la Regione: «Al Maggio abbiamo confermato i 3,5 milioni dell'anno scorso» anche se «loro ci avevano chiesto un milione in più», spiega Barni. Milione che è andato all'Orchestra della Toscana, che fa capo alla stessa Regione e che era «tra le realtà che avevano bisogno di un sostegno maggiore». E anche perché «la Toscana è grande e diversificata, e l'Ort ha un'attività molto capillare». Contemporaneamente riapre il Centro Pecci a Prato, un'altra sfida. «Quella di guardare al futuro, che in Italia è sempre difficile. Quando aprì nel 1988 non eravamo abituati all'arte contemporanea, le aspettative erano alte, ci volevamo misurare con le grandi capitali europee e le metropoli americane. Ma è un'arte complicata, difficile» e le aspettative forse erano troppo alte. «Ora la sfida si rinnova e vedremo di farci trovare pronti: il nuovo edificio è già di per sé arte contemporanea, un ottimo punto di partenza. Ma dobbiamo essere bravi e uniti per andare avanti. Prato e Firenze dovranno essere unite», ma «nelle mie intenzioni c'è anche una collaborazione con i centri d'arte periferici come il Magma a Follonica». E soprattutto «il Pecci non dovrà più essere solo un museo ma un laboratorio continuo di idee che permetta ai giovani di confrontarsi, dialogare ed esprimersi». La prima mossa è stata «prolungare l'apertura fino alle 23 per cercare anche di orientare i flussi dei visitatori». Un'altra, in futuro, sarà «collaborare con l'Ex3 di Firenze, quando riaprirà, come adesso il Pecci lavora insieme alla Fondazione Strozzi per il biglietto unico». Venerdì scorso ha indetto al Teatro Metastasio di Prato la prima «riflessione sul futuro Codice dello Spettacolo dal Vivo» con la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, il deputato Roberto Rampi, Ninni Cutaia del ministero e molti operatori culturali da tutta la regione. «Dobbiamo mappare la Toscana in relazione ai suoi bisogni culturali e ho già ordinato una relazione su questo, che però ha bisogno di un anno forse un anno e mezzo per essere completata. Per combattere la disparità culturale». Anno zero, anno di studio dunque. Per poi ripartire. «È un momento di grande trasformazione per tutto il mondo culturale: la legge sul cinema, il codice dei beni culturali, il codice dello spettacolo in preparazione. Il tema della sostenibilità, della razionalizzazione, aleggiano e sono nell'aria. Vediamo cosa succede». Lei ha iniziato prendendo il punto di vista dello spettatore. Il primo impegno in ordine di tempo è quello della Casa del Cinema al Teatro della Compagnia, di proprietà della Regione, che riapre venerdì dopo un decennio. «Ci abbiamo investito tanto e negli ultimi mesi abbiamo accelerato per aprire con la 50 giorni . Si dedicherà ai documentari in un sistema di regia unica insieme al "cineporto" che entro sei mesi aprirà a Prato sarà una scuola e una fabbrica per i mestieri del cinema, ndr e al polo tecnologico di Pisa, che svilupperà la parte digitale della produzione audiovisiva». Un'operazione che potrebbe portare la Toscana a dirigere in proprio un centro di produzione dagli allestimenti scenografici alla post-produzione. Lei ci crede: «Se si crea l'offerta, la domanda arriva».