L'identità della Nazione è sempre stata al centro delle politiche dei Governi sia di destra sia di sinistra Per salvaguardare il cinema del Paese, un fondo di sostegno e diversi vincoli al palinsesto televisivo PARIGI - Nel "no" francese alla Costituzione europea c'erano tante cose. La paura della disoccupazione che cresce, la protesta contro una politica che non sembra in grado di dare prospettive credibili, una fisiologica diffidenza nei confronti dell'Europa, la protesta sempre e comunque. Ma in quel voto c'era anche la censura popolare di un popolo che afferma la volontà di riappropriarsi del suo destino nei confronti delle élite e della tecnocrazia. E può sembrare paradossale che il primo risultato di quei "no" sia stata la nomina a capo del Governo di un signore che all'anagrafe fa Dominique Marie Francois René Galouzeau de Villepin. quanto di più elitario e tecnocratico si possa immaginare. La spiegazione, ovviamente, c'è. I francesi, la maggioranza dei francesi, sono antielitari e antitecnocratici a parole. E a sprazzi. In realtà adorano quella nobiltà di Stato che da sempre garantisce la continuità, la difesa, l'esaltazione dell'orgoglio nazionale. Quella classe dirigente le cui parole d'ordine, per non andare troppo indietro nel tempo e nella storia, sono via via state la «certa idea della Francia» cara a de Gaulle, il «modello francese», «l'eccezione francese». La diversità, insomma, la particolarit,. che di solito viene mentalmente declinata in "superiorità", della Francia. Quella dello Stato, dei servizi pubblici, delle garanzie sociali. E de Villepin è certo un perfetto interprete di questo sentimento nazionale (quando non, come spesso accade, nazionalista). Un premier non a caso scelto da Jacques Chirac nel momento in cui, come ben dimostra lo scontro europeo con Tony Blair, il presidente francese incontra grandi difficoltà a far passare una visione che cerca di conciliare difesa a oltranza dei propri interessi e ambizione universalista. «Una certa idea della Francia» che ruota intorno al nocciolo duro della cultura. Perché è la cultura (in senso lato, lingua compresa) ad assicurare, e rafforzare, l'identità di un popolo. Com'era ben chiaro allo stesso Generale. Che non solo riuscì nel capolavoro di trasformare un Paese sconfitto in una Nazione vittoriosa, ma creò il ministero della Cultura (quasi un unicum, allora) affidandolo a un personaggio come André Malraux. Da 50 anni la Francia fa quindi una vera, seria politica culturale, con una continuità e una determinazione indifferenti al colore politico del Presidente e del Governo di turno. Perseguita indifferentemente da Governi di destra e di sinistra. Ha avuto un altro ministro "mitico" (il socialista Jack Lang) e ha gradualmente alimentato un complesso di norme, di vincoli, di obblighi e di divieti che viene periodicamente contestato dai tifosi più o meno interessati del libero mercato perché ritenuto protezionistico e lesivo dei principi di libera concorrenza. Ma che ha certo salvato le industrie francesi del cinema e della musica, evitando che venissero travolte dall'onda americana. Per quanto riguarda il cinema, a dire il vero, il primo campanello d'allarme suona già nel 1930 con la pubblicazione, sulla «Revue des deux mondes», di un articolo intitolato "L'invasione cinematografica americana". E subito dopo la guerra si comincia a costruire quella che diventerà un'imponente diga a difesa e tutela del cinema francese. Basata su due pilastri principali. Il primo (risale al 1948) è quello del fondo di sostegno, alimentato da un prelievo del 10 sul prezzo di ogni biglietto e da un contributo imposto alle televisioni (pari al 5.5 del fatturato per quelle in chiaro e al 12 per quelle criptate). Si tratta di circa 500 milioni di euro che con meccanismi in parte automatici e in parte selettivi servono a finanziare produzione, distribuzione e adeguamento delle sale. Il secondo pilastro è quello dei vincoli cui sono sottoposte le televisioni nella programmazione: per esempio non si possono trasmettere film nel weekend e il mercoledì (la sera d'uscita delle nuove pellicole in sala). Inoltre è vietata la pubblicità di film in tv (e di libri, per evitare che le grandi case cinematografiche ed editoriali siano favorite; in compenso ci sono molte, buone trasmissioni di critica e d'informazione) e le televisioni devono investire direttamente in produzioni cinematografiche il 3,2 del loro fatturato. «Con una battuta facile facile si può dire che in Francia la televisione ha salvato il cinema, mentre in Italia lo ha ucciso», commenta Michel Gomez, che guida un'associazione di registi-produttori con 180 soci, fondata da Claude Berri. È peraltro un marchingegno del quale da una quindicina d'anni usufruiscono non solo i film francesi ma anche quelli coprodotti. E non c'è praticamente film europeo di una qualche importanza che non abbia fatto ricorso al sistema di aiuti francese. Il risultato è che in Francia si realizzano (e si distribuiscono) oltre 200 film all'anno (rispetto ai 134 dell'Italia, ai 110 della Spagna, agli 87 della Germania), che i biglietti staccali sfiorano i 200 milioni (115 milioni in Italia, 144 in Spagna), che la quota di film "nazionali" è in Francia del 39 a fronte di un 47 di produzioni americane (in Italia le quote sono rispettivamente del 20 e del 62,- in Europa del 26 e del 71). Che dei dieci film di maggior successo nel 2004 ben cinque sono francesi. E che, stando agli ultimi dati omogenei disponibili, nel periodo 1996-2001 la Francia ha "esportato" 836 film (l'Italia 451, la Germania 331, la Spagna 321). Se a questo si aggiunge il successo planetario del Festival di Cannes, ben si capisce quale efficacia possono avere politiche sostanzialmente a costo zero per lo Stato ma mirate e condivise (Unifrance, l'agenzia di promozione del cinema francese all'estero, dotata di un budget di 10 milioni di euro, lavora in strettissimo collegamento con il ministero degli Esteri). Sul fronte della musica, il pilastro della diga è, di fatto, uno. Quello delle quote, votate dal Parlamento nel 1994 ed entrate in vigore due anni più tardi. Un dispositivo che all'inizio prevedeva l'obbligo per le radio di trasmettere almeno il 40 di musica francese (con un 20 di nuove produzioni) e che si è poi raffinato e articolato: le cosiddette "radio giovani" hanno quote del 35 e 20 per cento; le "radio adulti" del 60 e del 10; le radio specializzate (jazz, strumentali, etniche) godono di specifiche deroghe. Anche qui, qualche risultato: la fetta di mercato appannaggio delle produzioni nazionali, che nel 1992 era del 39,5, è ora del 62,9 (in Italia è del 50,8, in Germania del 49,4, in Gran Bretagna del 51). Dei dieci album più venduti l'anno scorso, nove sono francesi. E le esportazioni sono passate dai quattro milioni di pezzi del 1993 ai 40 milioni del 2004, contribuendo per il 17 al fatturato complessivo dell'industria musicale francese. Anche grazie a una struttura specifica di sostegno all'export (la prima del genere, in Europa), con nove uffici nelle principali piazze mondiali. E non è certo un caso se il maggior Salone internazionale della musica, il Midem, si svolge a Cannes. Per anzianità, ampiezza, articolazione, quello francese è certo un armamentario unico. Che Parigi in nome appunto dell'eccezione culturale, e cioè della diversità del "prodotto" culturale rispetto agli altri beni e servizi ha difeso, e difende, a spada tratta davanti all'Organizzazione mondiale del commercio (e prima ancora in sede di negoziati Gatt), alla Commissione europea (che di tanto in tanto parte all'attacco, com'è il caso ora del divieto di pubblicità televisiva per film e libri) e adesso all'Unesco. Dov'è in discussione un progetto di convenzione sulla protezione e la promozione della diversità culturale che verrà votato in ottobre e dove Parigi sta come sempre guidando la pattuglia europea nella sua battaglia contro le pressioni liberiste americane. Il bilancio di questa politica è lusinghiero. Gli obiettivi sono stati raggiunti. Il tentativo di estendere la formula all'Europa, di "aprirla", è in corso. Anche se le voci critiche su alcuni aspetti perversi del sistema, che in qualche modo ci riportano al voto sulla Costituzione e alle tensioni europee di queste settimane, non mancano. «Nella politica culturale francese dice per esempio il sociologo Alain Touraine abbiamo ancora un eccesso di logica protezionistica. Di conservatorismo, di nazionalismo. Poco coraggio e molto conformismo, almeno per quanto riguarda il cinema. Le grandi produzioni latitano e prevale la tendenza a chiuderci su noi stessi, lo credo che sia giusto sostenere, aiutare, difendere la nostra industria culturale. Stando però attenti a non compiacerci nel contemplare il nostro ombelico». Vero. Il "modello" non è certo immune da rischi e difetti. Ma almeno c'è. E funziona. Anche se è stato messo a punto dal Paese che meglio rappresenta quell'idea di "vecchia Europa", oggi perdente, tanto disprezzata dagli Stati Uniti.
il Sole 24 Ore
19 Luglio 2005
Cultura, la forza della diversità francese
MA
Marco Moussanet
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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