L'ACUTO lancinante di una voce femminile rompe il silenzio che dura da quaranta anni. Rimbalza tra 17.560 metri quadri, buca una storia lunga secoli, riapre una ferita che, in realtà, non si è mai rimarginata e marchia a fuoco il centro di Firenze. Sant'Orsola, l'ex Monastero, ex Manifattura tabacchi pre Cascine, ex luogo d'accoglienza dei profughi istriani, poi anche degli alluvionati. Un involucro grande un intero isolato che, dagli anni Settanta, aspetta un nuovo utilizzo mai arrivato. E che, stasera, riapre in via eccezionale per 50 fortunati spettatori, grazie alla collaborazione tra il festival fiorentino Sonic Somatic: la Città metropolitana gli ha concesso lo spazio per due performance musicali, da mezzanotte in poi. City Sondols di Matteo Marangoni che con un apparecchio autocostruito capterà il suono delle architetture, trasformandolo in pulsazioni, e Quasi-a-dance con l'incredibile voce della performer tedesca Bettina Wenzel. I suoi vocalizzi ci accolgono nel ventre dell'edificio su cui ha messo gli occhi Andrea Bocelli, proponendo un progetto di accademia di alta formazione musicale al vaglio di un'apposita commissione. «Questo evento di Sonic Somatic dice Gianfranco Romandetti, architetto della Città metropolitana non solo sembra voler anticipare il futuro musicale di questo luogo ma si riallaccia al passato: quando le suore cantavano le loro litanie e chi passava dall'esterno di Sant'Orsola poteva ascoltarle, dalla strada». Nel Quattrocento arrivarono fino a 1500 le monache di clausura «prigioniere» di un monastero in cui una delle due chiese fu finanziata da Francesco Del Giocondo, marito di Lisa Gherardini, ovvero la leonardiana Monna Lisa: la figlia, Maretta, che con i voti prese il nome di Ludovica, fu tra le suore che qui vissero. Oggi rimane solo un pezzetto d'affresco, in una grande stanza dove, in alto, si scorgono tracce di colore: erano le pareti di uno stanzone ricavato quando Sant'Orsola ospitava la vecchia manifattura tabacchi, dal 1812 fino al 1945, anno del trasloco alled Cascine. Una struttura che modificò in modo profondo l'ex monastero, e di cui sono visibili dietro gli altissimi muri ricoperti di edera e di rampicanti di colori accesi le tracce, grandiosi squadrati posticci annessi all'edificio quattrocentesco. Tutto è infestato dalle erbacce, altissime: l'area d'accesso dove veniva depositato il tabacco, il grande chiostro «dell'Orologio» dove si consumavano le pause del lavoro e dove adesso sono ammassati gli antichi blocchi di pietra che facevano da pavimento, oggi squartato. Antico, archeologia industriale e l'acciaio del consolidamento realizzato negli anni Novanta dalla guardia di finanza (che aveva acquisito l'edificio a cui poi dovette rinunciare, passandolo alla Provincia: non c'erano soldi sufficienti per trasformare Sant'Orsola in caserma) si mescolano insieme a tracce surreali. In un angolo, accanto all'ingresso da via Panicale (quello che stasera accoglierà gli spettatori) due sedie intorno a un tavolino sormontato da un calcio balilla, pochi passi e, nascosta dietro un muro, una gigantesca scultura, fatta a pezzi, di un cavallo. Tutto è uno scheletro senza più tessuti, muscoli, vene. Eppure c'è aria di vita che aspetta. Persino nello stanzone buio e nudo dove scavi archeologici hanno fatto riemergere i resti dell'altra Chiesa, quella che avrebbe conservato per secolo le spoglie che appartenute a Monna Lisa, rivenute in una tomba che oggi è un nero parallelepipedo di pietra, poco più avanti si intuisce l'altare. Le ossa della Gioconda sono in mano a una scienza un po' macabra. Quelle, gigantesche, dell'edificio di Sant'Orsola attendono una nuova pelle. Stasera, ne sarà restituito un piccolo pezzo.