A un certo punto dalle mani di Mario De Ciccio passò anche un Rembrandt. Era il 1907, e proveniente da Napoli dalla collezione del duca d'Angiò giunse a Palermo un ritratto di giovane donna, siglato ma non firmato, riconducibile agli anni giovanili dell'artista. L'antiquario palermitano (1868 - 1964) provò a venderla invano alla sua clientela abituale di aristocratici e componenti della élite borghese - cominciavano anche per la grande imprenditoria siciliana gli anni di vacche magre - e alla fine la tela, con un lungo viaggio in treno, approdò alla corte degli Zar, a San Pietroburgo. Il carteggio relativo al Rembrandt è uscito fuori soltanto di recente, aggiungendo curiosità a una figura che, per attività professionale, ebbe relazioni non soltanto con il vasto arcipelago della mondanità cittadina ma anche con coloro che a Palermo sbarcavano, e che nel suo negozio - in corso Vittorio Emanuele 448, nei locali al piano terra di quel Palazzo Papè di Valdina le cui rovine belliche ancora occhieggiano sul Cassaro alto - trovavano gioielli e oggetti di pregio da omaggiare. Sulla figura di Mario De Ciccio tornano adesso un volume di Vincenzo Prestigiacomo ("Il cacciatore d'arte", Nuova Ipsa editore, pagine 178, 12 euro) e una mostra a Palazzo Abatellis che espone parte delle donazioni pervenute prima al Regio Museo e poi, con lascito testamentario del 1962, all'allora Galleria Nazionale della Sicilia: ceramiche soprattutto, ma anche tessuti, paliotti ricamati, frammenti architettonici e un gruppo di lacerti di ambito serpottiano. Nel libro di Prestigiacomo De Ciccio è poco più di un pretesto per imbastire cronache mondane e non solo della Palermo intorno al 1900 (i resoconti si interrompono al 1914), materializzando brevemente sulla pagina personaggi come Gabriele D'Annunzio - a Palermo impegnato nella lunga e infine drammatica relazione con Alessandra Starrabba di Rudinì, figlia dell'ex presidente del Consiglio - o Sigmund Freud, che acquista da De Ciccio nel 1910 un cammeo e un ventaglio dipinto a mano. La piccola mostra di Palazzo Abatellis presenta invece l'antiquario nella sua veste di conoscitore e collezionista, in particolare di maioliche, e di uomo di cultura partecipe di quel disegno intellettuale grazie a cui prese forma, soprattutto dopo le leggi eversive del 1866 e nell'ultimo quarto dell'Ottocento, una identità intellettuale siciliana convogliata nelle collezioni del Regio Museo alloggiato nel Convento dei padri filippini all'Olivella. Le prime donazioni Di Ciccio (e del padre Francesco Paolo, iniziatore dell'attività di antiquario) datano infatti agli anni a cavallo del secolo, quando Salinas inizia a convogliare nei depositi una vasta raccolta di arti decorative, stimolando quindi o sollecitando le donazioni. Una visione dei beni culturali che De Ciccio manterrà sino alla fine, quando destinerà per testamento al Museo di Capodimonte a Napoli (dove aveva preso casa già nel 1906) la parte più ingente e preziosa delle proprie raccolte. Alla Galleria palermitana pervengono invece un cospicuo numero di ceramiche di Caltagirone datate tra fine Settecento e inizi Ottocento - alberelli, bocce, un grande piatto decorato con un'aquila, una coloratissima civetta -, ora sistemate nella vetrina che lo stesso De Ciccio teneva in camera da letto, tre grandi putti in stucco attribuiti a Serpotta che diventano in cartolina il logo della casa, una teca (scarabattola, è il termine proprio) che oggi ospita alcuni pastori attribuiti a Giovanni Matera. E il Rembrandt? Prestigiacomo lo considera perduto durante gli anni rivoluzionari. Di certo, il catalogo generale del pittore olandese non registra al Museo dell'Hermitage nessun dipinto con le caratteristiche descritte nel carteggio tranne, forse, un "Ritratto di Saskia in veste di Flora" che però è opera più tarda, e firmata. E allora? Forse è andato effettivamente distrutto, forse è stato venduto o forse non era un Rembrandt.