Migliaia di nuove paninoteche aprono nella Capitale. Da San Pietro a Piazza Navona, il fast food si impone, in un turismo dall'aria sempre più "stracciona" Risale a pochi giorni fa la notizia dell'apertura di un fast-food a pochi metri dal colonnato di San Pietro. L'annuncio ha scatenato una serie di sacrosante reazioni. Il motivo è presto detto: nelle aree tutelate come Borgo (patrimonio dell'umanità) è vietato trasferire una licenza da un locale di cucina tradizionale a uno di cucina straniera come McDonald's. Insomma, come è stato fatto notare, la legge afferma che il passaggio da una trattoria tipica al colosso globale simbolo di hamburger stravolgerebbe l'identità artistica, culturale e sociale del rione. «Si tratta del colpo di grazia che abbatte l'animale ferito», ha commentato Alberto Asor Rosa, intervenuto su Repubblica. Lo stabile di Borgo è di proprietà vaticana, appartenendo all'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede Apostolica), il che, naturalmente, complica le cose. Ma con l'occasione, non sarà il caso di controllare la "disinvolta" politica immobiliare del nostro Stato confinante, tra siti religiosi trasformati in hotel e l'antica ferita dell'Imu non versata? Infrazioni così vistose e gravi al nostro ordinamento non dovrebbero essere tollerate. Magari, con l'occasione, si potrebbe anche pensare di ridurre la quantità di pullman che l'Opera Pellegrini riversa nella città, vera e propria piaga della quale il pur accorto sindaco Marino non si diede mai cura. Ad ogni modo, parlando di colpo di grazia, Asor Rosa si riferiva probabilmente al fatto che, appena poco tempo prima, un'identico scempio aveva deturpato Piazza Navona. Infatti, un'altra sede di McDonald's ha potuto insediarsi giusto accanto a un simile gioiello, per la precisione in piazza delle Cinque Lune. Altra paninoteca, insomma, e per di più a due passi dal Senato, con relativo aggravio dei problemi di sicurezza. Ma non è tutto, dato che Piazza Navona stessa ha visto un'antica bottega antiquaria cacciata via per far posto a un negozio che espone in bella vista degli sgargianti manichini centurioni. In questo caso, il merito va ai privati, cioè ai proprietari di palazzo Doria Pamphili. Come che sia, senza tante giravolte, la soluzione sarebbe facile: risalire alla fonte, e capire chi autorizza gli ignobili esercizi che ormai sfigurano tutto il centro storico, dando al turismo romano, ha notato un attento osservatore come Vittorio Emiliani, una sua inconfondibile «aria stracciona». Eppure, come è stato già detto spesso, nessuno risponde alle denunce. Cito: «Cosa fa la soprintendenza, cosa fa il Campidoglio, cosa fa il primo Municipio?». Basti dire che i locali di mescita e di ristoro sono balzati da 1400 ad oltre 4000, e questo, ecco la cosa veramente grave, senza alcun criterio nei riguardi di una città delicata, complessa e preziosa come Roma. A questo punto, sarebbe bello se, dalle autorità, arrivasse un segnale forte e chiaro per applicare le regole già esistenti, verificando la legalità delle licenze commerciali e delle occupazioni di suolo pubblico. Tutto questo, però, non a casaccio e una tantum, a mo' di contentino per acquietare i soliti seccatori, bensì in maniera sistematica, definitiva, in una parola: civile