L'ex presidente accusato di truffa: spese personali con i soldi antimafia Creato nella villa confiscata a un killer dei clan reggini il museo della 'ndrangheta doveva «promuovere la cultura e la coscienza della legalità e dell'antimafia», e invece nel volgere di pochi anni si è trasformato in una maxi truffa da quasi mezzo milione di euro. Un colpo durissimo, l'ennesimo, all'immagine del movimento antimafia calabrese. La Procura di Reggio Calabria, dopo aver setacciato per un anno la pioggia di finanziamenti erogati dagli enti locali, ha chiuso il cerchio sul fondatore del museo Claudio La Camera, già consulente dell'Unodc, l'ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Le ipotesi di reato sono pesantissime: truffa aggravata, malversazione a danno dello Stato e falsità ideologica. Per il procuratore aggiunto Gaetano Paci e per il sostituto Giuseppe Lombardo quello che doveva essere il simbolo del riscatto sulle cosche si sarebbe invece trasformato in un lucroso business per La Camera ma anche per altri soggetti appartenenti alle istituzioni le cui posizioni sono state stralciate. La Guardia di finanza ha ricostruito un dettagliato elenco di fatture false, rimborsi gonfiati, ma anche spese per viaggi, pernottamenti, ristoranti, iPad, pinze per il bucato, articoli di modellismo, un filtro per la cappa e perfino cibo per cani con apposita ciotola, «oggetti palesemente scrivono gli inquirenti non attinenti al progetto e destinati a un uso personale». La Camera avrebbe creato dal 2007 al 2014 un vero e proprio «sistema» tessendo rapporti sempre più stretti con i rappresentanti delle istituzioni che finanziavano i progetti del museo (ora divenuto Osservatorio sulla 'ndrangheta). Una volta ottenuti i fondi avrebbe poi falsificato alcuni documenti contabili che servivano a Provincia e Regione per giustificare i finanziamenti elargiti. In questo modo, l'indagato avrebbe procurato «a sé ed altri soggetti, in corso di compiuta identificazione, un ingiusto profitto a cui corrispondeva un danno di rilevante gravità per i predetti enti pubblici locali quantificabile in una somma di denaro complessiva pari ad almeno 434.214,27 euro». Tra le condotte contestate dagli inquirenti spicca la gestione del finanziamento da 100mila euro per l'installazione del sistema di videosorveglianza nell'ex villa del boss. Secondo la perizia disposta dalla Procura vi sarebbe una sovrafatturazione di oltre 68mila euro. I finanzieri si sono accorti che tra le spese rendicontate ci sarebbero anche quelle relative a «beni mai installati presso la sede dell'associazione». Ci sono poi i cinque schermi digitali destinati alla «Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato», per i quali invece nel corso delle indagini è emersa «la destinazione dei suddetti monitor a finalità diverse da quelle previste dal contributo regionale». Un quadro accusatorio inquietante a cui La Camera, attualmente residente in Germania e interrogato nel corso delle indagini, non ha saputo fornire ai magistrati una spiegazione alternativa e convincente